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martedì 20 novembre 2012

Attacco l'Alsazia con dieci armate!

Non dite che non vi avevamo avvisato: mantenere in vita questo blog non è affar semplice. Ora, ad esempio, ho giusto il tempo di usare il defibrillatore e vedere un po' che cosa ne è rimasto. Per darvi un'idea: questo post è stato inizialmente concepito un paio di settimane fa, e vede la luce solo adesso. Le due settimane fa coincidevano con il rientro dall'esplorazione della Francia orientale, ovvero oltre 2000 km di bontà in olio d'oliva. Eh già, perché ce lo siamo fatti en voiture, il giretto, con tanto di sconfinamenti e pranzi al sacco come nella miglior tradizione della Tana. Inutile percio' stare ad elencarvi pedantamente itinerari, menù, andamento delle temperature. In sintesi: tutto piuttosto bello, tutto piuttosto buono, un freddo da bazzi. Ecco allora le dieci cose dieci da ricordare – non necessariamente le migliori – del recente viaggetto in Alsazia e dintorni. Pronti, via:

1. Poco dopo la scoppiettante Auxerre (pieno centro deserto di sabato pomeriggio: la visione di un camioncino che faceva le crêpes è parsa inizialmente un miraggio), un inatteso regalo propostoci dal percorso: in una tanca di fèrula nel bel mezzo della campagna abbiamo avvistato un cartello con annesso indiscutibile logo, PIZZERIA BATMAN. Il bello è che son riuscito poi a trovarlo in qualche modo anche in rete, peccato non ci sia il sito ufficiale con il menù perché secondo me merita.

2. Il benvenuto in Germania – dove non ci sono limiti di velocità, tranne che in alcuni tratti – ci è stato dato da un tizio in autobahn. Non appena abbiamo messo piede (o per meglio dire, ruota) sul suolo teutonico siamo stati sorpassati da un'auto che andava di certo ad oltre 200 km/h. È stato come vedere avvicinarsi un meteorite nello specchietto retrovisore. Dice: e che macchina era? E chi cazzo l'ha vista? Era bianca.

3. Non ho assolutamente idea del perché, ma quando facevamo colazione negli hotel la mattina – momento notoriamente fra i migliori di ogni viaggio che si rispetti – ogni volta c'erano delle giovani famiglie spagnole, o sudamericane, insomma parlavano spagnolo. Aria simpatica ma un tantino a disagio, tortillas individuate col radar e, soprattutto, la tuta. Padre, madre e possibilmente anche figlio piccolo, tutti in processione come matrioske con le loro belle tute in acetato (!).

4. A Strasburgo (a proposito: a parere di chi vi scrive più bella città di Francia dopo la capitale), abbiamo trovato una trattoria dall'aspetto invitante e sufficientemente croccante nel cuore del centro storico. I pochi dubbi sulla qualità della cucina sono stati spazzati via dal vecchietto nel tavolo di legno accanto, che si è addormentato durante la degustazione del suo brasato di cervo con porcini. Un secondo dopo, abbiamo ordinato. Alla fine il vecchietto si è risvegliato e si è portato via il suo quartino di rosso.

5. Sempre a Strasburgo ci è capitato di visitare una chiesa dalla storia intrigante (ce ne sono due che portano lo stesso nome ma la prima originale era protestante mentre questa è cattolica) e una vecchietta – non pensiate che siano tutti vecchi a Strasburgo, anzi – ci ha accolto in qualità di "guida" per raccontarci le varie vicende che hanno portato alla sua costruzione. Rivolgendosi alla mia dolce metà ad un certo punto ha detto "ah ma lei forse non capisce il francese." Ovviamente ha proseguito il suo monologo turistico-religioso con me, che a quel punto non ho aperto bocca manco per sbaglio.

6. In Alsazia – immagino a causa delle temperature intrattabili – quando entri in un ristorante, trattoria, taverna, ovunque, ci sono delle enormi tende che separano la porta d'ingresso dalla sala vera e propria e dunque mantengono caldo l'interno. Il bello è che in alcuni casi (diciamo nei luoghi più promiscui) per districarti finisci quasi per gettare il bordo delle tende nella zuppa dei clienti più disgraziati, capitati sfortunatamente vicino all'uscita. Come se già non bastasse il freddo.

7. A Colmar, cittadina peraltro bellissima, siamo arrivati verso le sette di sera e non c'era un cane in giro. Negozi chiusi, illuminazione inesistente, grossi punti di domanda sul perché cazzo non ce ne siamo rimasti a Strasburgo. A coronamento dei dubbi uno stormo di corvi – apparentemente gli unici esseri viventi nel raggio di svariati metri – ha cominciato a gracchiare. Ci siam detti: troviamo un ristorante e boh. Mi è venuta un po' meno fretta quando ho iniziato il mio baeckeoffe.

8. Ancora le stranezze di Colmar. Da queste parti il colmarien più famoso a tutt'oggi è Bartholdi, il cui nome lo si ritrova un po' dappertutto come il prezzemolo. Tanto per omaggiare il loro celebre concittadino a Colmar hanno edificato una riproduzione della Statua della Libertà. Dove l'hanno messa? L'hanno strategicamente collocata in una rotatoria in piena zona industriale, fra un caseggiato e l'altro all'ingresso della città. La prima reazione è chiedersi dove cazzo si è finiti. Chissà perché ma mi sono immaginato un enorme candeliere in una qualunque zona di Predda Niedda: ecco, nonostante tutto forse perfino il candeliere sarebbe meno brutto.

9. Magica Colmar. Prima di partire abbiamo fatto un meritato pit-stop al supermercato, Leclerc, ovvero lo stesso che frequentiamo qui a Limoges. In questo luogo meraviglioso – che ci consente oltretutto l'acquisto di una bottiglia di Cynar, oggetto la cui ricerca stava diventando una sorta di tentativo di conquista del Sacro Graal – abbiamo notato che il reparto alcolici è qualcosa come il triplo (anche in proporzione agli altri reparti) rispetto a quello che vediamo abitualmente. Poi ho alzato lo sguardo ed ho visto i volti rubizzi dei clienti. Una fazza una razza.

10. Mossa finale da campioni, ancora nel suddetto supermercato: non paghi del Cynar, del Riesling, nonché di altre puttanate varie, abbiamo optato per l'acquisto del Munster, un formaggio dall'odore inconfondibile che successivamente ci allieta per i quasi settecento chilometri che ci separano da casa. La sistemazione nel bagagliaio – con tanto di buste, casse, frasche e sterpaglia – non neutralizzerà gli effluvi manco per il cazzo, cosicché ogni qual volta bisogna fare una pausa si aprono le portiere ben consci del pericolo. Pero' è talmente buono che, piuttosto che gettarlo via, abbiamo tenuto il respiro.

venerdì 8 giugno 2012

Game, Set, Match

Alcuni mesi fa il sottoscritto, stufo della propria decennale inattività e ansioso di tenersi in forma in vista del più importante evento annuale (l'estiva Zentrum League con la maglia number 29 dei Pizzinni d'Andera) ha preso una decisione irrevocabile: quella di iscriversi presso un locale club tennistico. Competizione vera, insomma. Con tanto di affiliazione automatica alla Federazione Francese (nel senso: paghi la tua quota di iscrizione e ne fai parte), il che è quasi come appartenere alla legione straniera
Una volta passati dalle parole ai fatti il tutto, pur divertente, è assai meno epico di quanto si creda. Vero che si entra a far parte della classifica nazionale - miao - e che si fanno i tornei (ovvero punti in palio, perfino soldi per chi riesce ad andare fino in fondo, oppure buoni sconto nei negozi specializzati. Se ve lo state chiedendo: io ancora non ho vinto un cazzo di nulla) ma è anche vero che la maggior parte degli avversari risultano né più né meno dei disgraziati proprio come te - sebbene, incredibile a dirsi, siano in classifica - oppure pensionati (pure loro in classifica, sic!) o semplicemente gente che, come si dice da queste parti, non c'è buona. Ma è in classifica. Poi, quando hai superato tutti questi, ci sono quelli buoni ed ecco che il tuo torneo è già finito.
E comunque. Gli iscritti alla Federazione - disgraziati e non - godono del privilegio di poter acquistare anticipatamente i biglietti relativi alle principali manifestazioni tennistiche nazionali. Eh sì, avete capito già tutto. Del resto, il lato positivo di abitare qui è che, se da un lato sei davvero in culo ai lupi, dall'altro sei sostanzialmente equidistante da altrettanti lupi e da altrettanti culi. Quindi, domenica scorsa, pranzo al sacco (letteralmente) e rotta verso Parigi in auto, chè tanto è domenica e i parcheggi son gratis, no? Il complesso del Roland Garros si trova in pratica a Bois de Boulogne, cioè bisogna attraversare il sedicesimo, abitato - com'è noto - da poveracci. Il parcheggio è effettivamente gratis, però ci vuole un'ora buona per raggiungerlo sgusciando attraverso le Mercedes disseminate dappertutto, bestemmiare contro il traffico e i parigini bastardi, e finalmente poter tirare il freno a mano. A quel punto hai girato talmente tanto che hai la sensazione di aver sconfinato in Belgio.
Quando compri il biglietto lo fai con un certo anticipo (cioè febbraio), perciò fino alla sera prima non saprai a quali match assisterai. Percentuali di inculata piuttosto alte, per intenderci, visto poi il rischio pioggia - con tanto di tempesta tropicale lungo l'autostrada a rendere il rischio ormai una certezza. E invece, a bestemmie già in corso, un cazzo, neanche una goccia. Il programma: due singolari femminili e due maschili. Il primo manco lo vediamo, siamo ancora al parcheggio. Il secondo prevede la n.1 mondiale, la Azarenka, perdere contro la simpatica n.16, per la quale ovviamente facciamo un tifo da stadio. Il terzo prevede Mr. Federer - mica pizza e fichi - contro un ragazzino belga emozionatissimo che pare troppo magro per i suoi vestiti eccessivamente larghi. Last but not least (infatti terminerà l'indomani), nel quarto incontro si sfidano i due fabbri Del Potro e Berdych.
Impressioni? (nb: da qui in poi se del tennis non ve ne frega una mazza, potete cambiare sito). Innanzitutto, sembra tutto molto più piccolo di quanto si possa immaginare, considerando che si tratta pur sempre del secondo campo in ordine gerarchico, non il decimo. Il giorno dopo alla tv giunge puntuale la conferma, perché le stesse tribune del Suzanne Lenglen paiono enormi. Due: l'impatto che la superficie ha sul gioco è qualcosa di totalmente alieno allo schermo televisivo. I colpi sono visibilmente attutiti, si gioca intorno alla palla, si scivola sulla terra. Lo so, lo so, sono cose che sapete già. Come che qua, più della potenza contano più - in teoria: molto in teoria - la rapidità e la resistenza. Poi vedi Del Potro e Berdych che giocano a chi ce l'ha più lungo e dici: e sul cemento indoor, con la palla che schizza, come fai a vederla? Allo stesso tempo, osservi lo zio Roger e capisci perché ha vinto 16 titoli dello Slam, nonostante la sua, di palla, non viaggi minimamente alla velocità dei due bruti citati in precedenza - e c'è di peggio, nel circuito. Il perché? Non ti gioca mai una palla uguale all'altra, usa ogni possibile tipo di taglio, di variazione e di ritmo, copre perfettamente tutto il campo, i suoi servizi sono praticamente illeggibili (questa è stata la cosa più impressionante, soprattutto a velocità ridotte). E dire che non era certo nella sua miglior giornata: troppo vento, tanti errori, poca strategia contro un avversario (piuttosto bravino) che non conosceva, condizione fisica non al top.
A fine giornata, mentre Del Potro e Berdych sono lì che se lo stanno ancora misurando col righello (per la cronaca, evidentemente madre natura è stata più generosa con l'argentino: del resto arrivava con la testa alla parte alta della scritta BNP PARIBAS sui teloni di fondo), te ne vai tutto quanto. Te ne vai contento. Non sai che ti aspettano: un'altra ora per uscire da Parigi, raffiche di bestemmie, un altro uragano in autostrada e, soprattutto, un'improvvisa ondata di insicurezza al pensiero di dover di nuovo impugnare la racchetta per affrontare il pensionato di turno. 

giovedì 9 giugno 2011

All These Places Have Their Moments

Congedata a malincuore la cara vecchia Dublin - come abbiamo anticipato nel post precedente - la nuova meta della Tana è dall'altra parte del Mare d'Irlanda. L'aereo che ci condurrà in quel di Liverpool è gremito da personaggi di dubbia sobrietà vestiti con la maglia di Rooney - quella del Manchester United, pero'. Affiorano dubbi amletici. Liverpool è adagiata su una sponda del gigantesco estuario del Mersey (non ci riesco a dire la Mersey, scusate): dall'altra parte del fiume, infatti, ci sono soprattutto ciminiere, fumo, grigio e qualcosa che dal finestrino sembrerebbe una specie di colata di fango. L'aeroporto di Liverpool è davvero speciale, non foss'altro perché si chiama John Lennon Airport, le cui pareti sono corredate da frasi provenienti da celebri canzoni di chi potete facilmente immaginare. La migliore (nonché la più adatta alle circostanze) è ovviamente "above us only sky". Oh yes, pensiamo. Appena saliti sul bus che ci porterà in centro un tizio dalla pancia enorme, l'impermeabilino rosso e la faccia di chi conosce ogni singolo anfratto del bancone, sale e chiede con tono gentile a tutti i presenti se siamo davvero sicuri di aver preso il bus giusto. Sgraniamo gli occhi. Poi quello ci saluta ancora più gentilmente ed il bus parte. Attraversiamo campagne piene di campi di cricket e di casette a mattoni rossi. Penny Lane è proprio da queste parti (ma non ci andremo), Strawberry Fields pure. Il centro corrisponde al cosiddetto Liverpool One, frutto di recenti lavori di bonifica,  ammodernamento e chi più ne ha più ne metta e che - ahinoi - è semplicemente una serie di vie in mezzo a palazzoni grigi farciti di centri commerciali colorati. E' domenica e 'sti cazzo di centri commerciali sono tutti aperti. Lo si capisce anche dal fatto che la gente passeggia con le buste in mano emanando una scia profumata di patatine fritte. Diciamocela tutta: l'impressione, dopo circa 15 minuti di camminata, è che Liverpool (si, sappiamo dei bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale) sia un autentico cesso. Sconfortati, ci dirigiamo quindi verso l'Albert Dock, zona del porto a cui è stato rifatto il trucco ed ora è un viavai di turisti che vogliono visitare i vari musei, fra cui - manco a dirlo - il Beatles Story, di chioschi di gelati e di gabbiani. Il museo dedicato ai Fab Four è la sola ragione per cui ci troviamo qui, oltre al fatto che il biglietto aereo costava 5 euro e che lo scalo era necessario per tornare a casa. Se vi state immaginando chissà quale incredibile ingresso per entrare al museo (ve lo state immaginando? Dite di si'), be' avete sbagliato in pieno. L'edificio è - ma va? - a mattoni rossi e vi si accede con una piccola e discreta scalinata dello stesso colore. Prezzi non proprio popolari ma chi se ne frega. Anche qui, tutti gentilissimi. Sono le ultime ore di apertura e, oltre a noi, ci sono giusto alcuni turisti giapponesi. Audioguide e via. Se vi piacciono John, Paul, George e Ringo, andateci. Noi non siamo rimasti delusi. C'è la ricostruzione di qualunque cosa abbia a che fare coi Beatles, dagli strumenti alle locandine, ai locali e alle stradine in cui hanno cominciato la loro carriera (con tanto di topo finto). Si puo' fare un giro dentro allo Yellow Submarine oppure provare gli specchi psichedelici del Sgt. Pepper o ancora sedersi in aereo in attesa di compiere il primo tour negli USA. E si ascoltano le canzoni. A livello di gadget, poi, c'è tutto ed il contrario di tutto, basti pensare che nello shop del museo (all'uscita) è possibile acquistare il certificato di nascita (giuro) di Ringo Starr per circa 25 sterline, oltre ai più prevedibili occhialini di John Lennon ed a un milione di altre cazzate del genere. Rinfrancati dal Beatles Story usciamo a goderci (eufemismo) il resto della città. Premessa: ogni dieci minuti piove, a volte anche a catinelle. La cosa che ci colpisce - non scherziamo affatto - è che comunque Liverpool non sfrutti i Beatles come sarebbe stato lecito attendersi. Tanto per dare un'idea: a Dublino la Guinness è veramente dappertutto con le sue pinte ed i suoi tucani, a Liverpool i Beatles non sono altrettanto presenti. La città è proletaria e con un'anima poco incline al turismo (lo dimostra anche il nostro magnifico hotel, che in un'altra città avrebbe avuto un prezzo impossibile per le nostre tasche). Fatto sta che abbandoniamo l'Albert Dock e ci lasciamo guidare dalla vista dell'imponente cattedrale anglicana, apparentemente non troppo distante, che rappresenta un po' la nostra stella polare. In realtà camminiamo per mezz'ora e la cattedrale assume sempre più i contorni di un'oasi nel deserto, diventando ancora più lontana. Per orientarci utilizziamo la bellezza di un foglio di google maps stampato a Dublino ed una sorta di guida che abbiamo trovato qui. Giungiamo infine a ridosso della cattedrale (che in effetti è splendida), attraversiamo Chinatown e finiamo come per magia presso l'altra cattedrale, quella cattolica. Esausti e con istinti cannibaleschi, ci rendiamo conto che quel tanto decantato ristorante greco è esattamente di fronte. Inutile dirvi come va a finire. Il proprietario e la moglie (ciprioti, probabilmente) sono fantastici e stanno tutto il tempo a chiacchierare con noi di differenze culturali, di cucina e di cazzi loro con un improbabile accento british. Noi nel frattempo ci abbuffiamo di moussaka, di pita e di altre squisitezze. Non ce ne voglia Via Usai, ma qua è tutta un'altra storia. Ventre pieno e gambe in spalla, si continua verso nord-est, cioè in direzione del St. Georges Hall, del Liverpool Empire Theatre, dello splendido St.John's Garden. E' il tramonto e questa parte di Liverpool - più periferica ma molto più autentica - ci fa ricredere. Inoltre abbiamo un'aspetto talmente professional che una coppia di brasiliani ci ferma per chiedere indicazioni e scoprirà di dover andare dall'altra parte della città con le valigie in mano. Il rientro verso l'hotel è preceduto da lunga passeggiata lungo Victoria Street, passando per la mitica Mathew Street, e quindi di fronte al Cavern (paraculo come era facile immaginare). Sono le 10 di sera e ci sono i bar al piano terra con la musica anni ottanta a palla e la gente che si dimena. Altrove, c'è gente che guarda alla tv del pub i goals del campionato spagnolo. L'indomani la partenza è prevista abbastanza chizzo, anche perché l'aeroporto è annunciato come particolarmente caotico, con possibilità di file interminabili. Per non rischiare arriviamo in anticipo e non c'è un cane. Abbiamo tuttavia il tempo di acquistare t-shirt alla metà del prezzo del Beatles Shop, plettri, tazze e quant'altro. Il viaggio ormai è finito e l'unica cosa che ci vorrebbe (oltre al sandwich al tonno) è una bella doccia. Dopo aver sonnecchiato per oltre un'ora, atterriamo placidamente: siamo fra i pochi che non siano inglesi in vacanza. Sprintiamo come Bolt per fare per primi i controlli, convinti di sbrigarci in fretta. Purtroppo alla dogana c'è un controllore fantozziano che non è convinto della mia carta d'identità. Ci spiega con la sua faccia di cazzo che c'è stata un'allerta sulle carte d'identità italiane falsificate. Ovviamente gli stessi controllori si dispongono tutti a novanta al passaggio degli inglesi (compresa suora vestita da suora da capo e piedi e con occhiali da sole). Pensiamo subito che notoriamente i tunisini in fuga fanno scalo a Liverpool, essendo tutti fans dei Beatles. Lo stronzo insiste, nonostante le spiegazioni. Alla fine le nostre facce scure lo costringono a chiamare la sua capa, una tizia allampanata che - si scoprirà poi - era intenta ad approfondire ben altre dinamiche al bistrot dell'aeroporto. La tizia ha le idee chiare e, per verificare la mia effettiva nazionalità tricolore, prende la carta, cerca di leggere e dice: "tu nome" e "tu coghnome". Mi astengo dal commentare che il sistema è quantomeno opinabile e ridendo sotto i baffi posso finalmente andarmene. Arrivederci, fanno quelli della dogana. Ma anche no, rispondo.     

giovedì 19 maggio 2011

I Float Down The Liffey

Evidentemente non ancora abbastanza sazia dopo l'abbuffata reale, La Tana del Grillo va di bis la settimana seguente, recandosi nientepopodimenoche nella verde Irlanda, per un previsto weekend ad alta gradazione alcolica. L'atterraggio in quel di Baile Átha Cliath viene preparato a dovere dalla presenza in aereo di autentico esemplare celtico maschio, che nel tragitto fra la capitale del Regno Unito e quella dell'Eire (durata: meno di un'ora) non resiste alla tentazione di scolarsi almeno due heineken volanti, mentre tutto sudato fornisce al suo vicino balbettanti spiegazioni riguardo il disincastrarsi della sua sindria formato famiglia dal tavolino reclinabile sul quale ha poggiato le lattine. Non giuriamo sul fatto che prima di salire in aereo fosse sobrio. That's the spirit. Dublino ci accoglie - manco a farlo apposta - bella e piovosa. Per fortuna il bus attraversa le varie tanche di ferula in periferia e ci molla ad un tiro di schioppo dall'hotel (pulito: unico aspetto positivo), posizionato nell'elegante quartiere georgiano, a ridosso del Grand Canal e proprio dietro St. Stephen's Green. La sera ci pare cosa buona e giusta - dopo l'obbligatoria peregrinazione lungo il Liffey - equipararci alla gioventù, cosicchè ci buttiamo a capofitto a Temple Bar, circondati da gente che caracolla in maniera inequivocabile. Durante la (ottima) cena a base di salmone dalla strada continua a giungere la musica. Dublino senza il suo sottofondo musicale perenne (e senza i suoi indimenticabili semafori sonori per i non vedenti) non sarebbe Dublino. I musicisti di strada si susseguono l'uno dopo l'altro senza soluzione di continuità: ci sono i vecchi con la barbetta gandalfiana ma più folk e la splendida voce straziata dal fumo, gli universitari dall'aspetto punkeggiante che hanno la chitarra scordata e i jeans strappati, i tizi qualunque con la camicia da boscaiolo che passeggiano accanto a te con lo strumento in mano e in un amen decidono che quell'angolino li' è perfetto per loro e si fermano e cominciano a suonare come se niente fosse. La canzone più gettonata (la ritroveremo anche dopo, appollaiati sulla vetrina di un pub, e poi dopo e poi l'indomani e via dicendo) resta questa qui. Alcune pinte dopo, se si eccettuano polacchi che ti si sbattono addosso e altri che ti chiedono con insistenza dove è possibile procurarsi una canna, puoi andare a dormire soddisfatto. Del resto il clima è allegro e rilassato come l'ultima (e unica) volta in cui ci eravamo stati, ben altra cosa dall'alcolismo autodistruttivo al quale abbiamo assistito non più di cinque giorni prima. Neanche a dirlo, Temple Bar ma Dublino in generale pullula di italiani, compreso un ristorante/pizzeria/gelateria che non possiamo evitare di provare. 
L'indomani si parte col turbo, frutto di una bella colazione da campioni in un posticino assai gradevole in Grafton Street (quasi di fronte, c'è un tizio che suona pezzi di Elvis col basso ed ha il berretto pieno di monetine): stile vittoriano, spremute d'arancia, fagioli, salsiccione e thè col latte. Pur essendo il tutto veramente buono, il giorno dopo, pre-partenza, si opterà per un "continental breakfast" allo scopo di preservare il fegato per il resto della stagione. La colazione dà modo di riflettere che la cosa bella della città, oltre alle pinte, alla musica e al verde dappertutto, è la gente. Persone semplici e gentili, ma di una gentilezza autentica, ovunque le si incontri, che non rasenta mai l'invadenza o la ruffianaggine. Inoltre gli abitanti di Dublino sono giovani. Ma non come in Italia, dove lo si è fino a cinquant'anni: qui la maggior parte di quelli che incontri (a parte i turisti, ok) hanno meno di trent'anni. Ed è cosi' al pub, in libreria, al parco, alla fermata dell'autobus. Perfino i poliziotti (la mitica Garda) sono all'apparenza dei ragazzini. Con questa leggerezza nel cuore (e con l'Irish full breakfast in pancia) si visitano in serie: il Dublin Castle, la Chester Beatty Library Gallery, la Christ Church Cathedral e - last but not least - la cattedrale di Saint Patrick. Il Trinity College verrà visitato a tappe, con la promessa di farlo con calma l'ultima sera, tanto è sempre di strada: l'ultima sera, ovviamente, lo si troverà chiuso presto. La fame fa capolino tardi, come previsto, ma non si rinuncia al pranzo presso il pub Bruxelles (quello con la statua di Phil Lynott fuori), accompagnando il pasto con altre due pinte e con il primo tempo alla tv di Everton-Manchester City. Accanto a te puoi incontrare il sessantenne indigeno che vuole vedere la partita, i turisti, la madre di famiglia coi bambini (e con la pinta), il gruppo di amici che si ritrova per fare quattro chiacchiere (e che se la beve di brutto). Il pomeriggio, oltre a digerire il pranzo, si decide di visitare anche l'altra riva, quella proletaria e decisamente meno turistica. Prima si becca uno splendido mercatino delle pulci, dove i presenti (sono le 4 del pomeriggio) sono tutti a birroni, poi si risale lungo O'Connell Street, alzando lo sguardo per capire quanto cazzo è alta The Spire e assaporando l'aroma di fish'n'chips che non si scrosterà più dai vestiti fino... beh fino a poco fa. L'atmosfera è simpatica, forse anche perchè è in corso una manifestazione per la legalizzazione della marijuana e il profumo che aleggia al Garden of Remembrance sostituisce almeno parzialmente quello del fritto. La sera si decide di dare tregua al fegato, infilandosi in un sushi bar ma poi addio sogni di gloria con doppia pinta al Duke, bel pub situato in traversa di Grafton Street. Ancora una volta i camerieri (e pure i clienti) sono tutti sorridenti e gentili ed è incredibile come tutto questo non ti dia fastidio o non risulti esagerato. Oppure magari fingono di essere gentili, pero' lo fanno talmente bene che hai voglia solo di gustare la tua Guinness senza rotture di palle. A proposito di Guinness: non possiamo terminare il post senza citarla. A Dublino il merchandising relativo alla Guinness è addirittura opprimente: ci sono innumerevoli punti vendita con oggetti che vanno dalle magliette ai cavatappi, ai cappelli da baseball col cavatappi sulla visiera, agli accendini. I prezzi, tuttavia, sono mica tanto invitanti (Dublino non è nient'affatto economica e non dà assolutamente l'idea di essere la capitale di una nazione in grossa crisi economica, anzi: bisognerebbe vedere le altre città, pero'), per cui la tentazione di acquistare il gadget, come fanno esattamente tutti quelli intorno a te è forte ma insomma, anche no. Infine il suddetto gadget verrà acquistato, non in città ma in aeroporto (eh già), ed è il seguente: una presina per cucina Guinness, una roba morbidissima per mani giganti, beige coi bordi rossi, con in bella mostra il celebre tucano. (Lo abbiamo già testato col forno, mentre col caffè è più complicato, per via delle dimensioni: non si riesce a stringere bene il manico della caffettiera). Tutti contenti col nostro tucano, siamo ormai pronti per salutare Dublino. L'ultima volta giurammo che non sarebbe stata l'ultima. Idem per stavolta. Nel frattempo, qualche breve scroscio di pioggia annuncia l'imbarco per la prossima destinazione. Che non è troppo lontana, giusto dall'altra parte del Mare d'Irlanda. (continua)  

domenica 15 maggio 2011

Un Buon Non Compleanno A Me

La Tana del Grillo riapre idealmente i battenti in una bella e soleggiata giornata di fine aprile, giorno che casualmente è anche il compleanno di chi vi scrive nonché la data designata di un matrimonio del quale si parla da un po', tipo da secoli. Coincidenze. O forse no. Fatto sta che, tecnicamente, il giorno è lo stesso. E allora, perchè non osare? Avete capito benissimo di cosa stiamo parlando. Farsi festeggiare da decine di migliaia di persone in festa. Ma non in festa per il tuo compleanno. In festa per altro, anche se non lo sanno, perchè le suddette persone sono ubriache fradicie dalle 9 del mattino. Ebbene si': la Tana del Grillo is back. E ricomincia la sua corsa da Londra.
Innanzitutto il fottuto matrimonio reale è al manzano, mentre l'arrivo in città è previsto nel pomeriggio, previo smarrimento pre-albergo nella ridente zona dei Docks. Dunque non vediamo assolutamente un cazzo. Le prime immagini dei neosposi sono disponibili sui giornali in edizione speciale (diffusi ovunque), poi la notte, alla tv, si potrà cominciare a discutere con cognizione di causa dei vestiti, dei barattoli attaccati al paraurti, dei cazzi e dei mazzi. Tuttavia, gli indigeni mandano un segnale forte, mostrando di apprezzare in modo esagerato gli avvenimenti. Alcune zone della capitale sono invase da mandrie di bestiame a due zampe con indosso maschere della regina, maschere di Kate, maschere a forma di bandiera britannica, maschere dei supereroi. Ogni tanto qualcuno ti dà il cinque con la faccia di William o ti consegna una bandiera. Bandiere dappertutto. Dei ciclisti sfilano accanto ai bus con le loro belle Union Jack sulle spalle. Trafalgar Square, tanto per intenderci, è una gigantesca discarica e assomiglia sinistramente ad un post-partita della finale dei Mondiali. C'è un palco enorme sul quale hanno montato un megaschermo, c'è gente strafatta che rantola per terra (che è un tappeto di lattine) e ride, c'è il chitarrista con accento australiano circondato dal solito drappello di curiosi (e di turisti) mentre si cimenta in alcuni classici intramontabili, c'è il market dei pakistani all'angolo preso letteralmente d'assalto dall'orda di personaggi di grande spessore con fame chimica da esportazione. I pakistani se la godono. Ciononostante, il clima è festoso e rilassato, e non c'è alcun problema neppure con i trasporti, o la polizia. Qualche ora di National Gallery dopo, l'atmosfera nei dintorni di Piccadilly è invece assai meno gradevole: i passanti hanno appena cominciato a bere e non danno l'impressione di voler smettere troppo presto. Tu, che hai fame e stai cercando un posto decente che non sia il paraculeggiante ristorante da Franco (e c'è Franco in persona sulla soglia a dare lustro alla nazione) o gli altri mille ristoranti paraculeggianti, avresti voglia di abbatterli tutti senza pietà, come birilli. Si finisce chiaramente per cenare in ristorante paraculeggiante. 
L'indomani si opta di buon mattino (cioè verso le 11, dopo un più che sostanzioso breakfast) per scampagnata a Camden Town, memori delle ottime vibrazioni di qualche anno prima. Cosicché parecchi chioschi e di mercatini più tardi, rientri verso il centro con il piacevore odore di fish and chips che ti accompagna fin dentro le ossa e osservi i tuoi acquisti, risultato di lunghe trattative con venditori di nazionalità varie, le quali trattative ti faranno risparmiare cifre come una sterlina o tutt'al più una sterlina e mezzo. Il meglio lo si dà in un posto chiamato Cyber Dog, che sarebbe (appunto) un negozio cyberpunk dove è possibile comprare qualunque cazzata venga in mente, basta che abbia una qualche attinenza con i videogames, le discoteche o le cazzate. Musica a palla, un piano sotterraneo, luci stroboscopiche, prodotti fluorescenti, commessi con le creste. Infine due ballerini (inevitabilmente tamarroni) che si dimenano sul cubo, al lato della cassa e dietro alla consolle del dj. Il risultato è l'acquisto - giuro- di un aggeggio in grado di creare i cubetti di ghiaccio (!) con le forme di Space Invaders. Non commentiamo gli altri ottocento negozi di Camden, sebbene meritino ben altro trattamento. Non incontriamo neppure la vietnamita che anni fa ci vendette bandiera francese spacciandola per Union Jack: a nostra discolpa, era imbustata. Dopo queste fantastiche avventure urge meritato riposo ad Hyde Park, al cui ingresso c'è una comitiva di studenti cagliaritani, poi un gruppo di siriani alquanto incazzati che manifestano, e ancora gli scoiattoli. Rinvigoriti, puntiamo prima in direzione British Museum - che pero' sta chiudendo e ci regala solamente il tempo di fare conoscenza con i suoi leggendari cessi - e poi verso Southwark, con l'intenzione di fare un salto alla Tate Modern. Alla Tate è impossibile non perderci ore, malgrado non sia la prima volta, e infatti ci si resterà fino a tarda ora, tanto è gratis. Stanchi e affamati come coguari, usciamo. Fuori, nel frattempo, fa freddo e tira un vento della madonna. I turisti che giungono dal Millennium Bridge fanno tutt'uno coi gabbiani. Si cerca un riparo dalla furia degli elementi, costeggiando il Tamigi. A qualche centinaio di metri di distanza ci si imbatte in ristorante giapponese serissimo, con annessa cameriera italianissima. I tavoli non sono dei tavoli ma panche e la nostra panca dà sulla vetrina all'ingresso. Di fronte c'è la strada, ovvero gente che esce dalla Tate, cinquantenni ubriachi in sandali e calze bianche, ragazzine dalle minigonne inguinali, ragazzine dalle minigonne inguinali con sopra disegnata la Union Jack, freaks vari, altri freaks. Inutile dire che TUTTI sono in maglietta a maniche corte (le ragazzine ovviamente sono in canottiera). Per fortuna fa caldo e il cibo è ottimo e soprattutto non è fish and chips. Rifocillati, riflettiamo sul soggiorno londinese ormai in fase finale e sull'ambiguo destino della Tana. Riflettiamo a lungo. Quello che ne consegue, ormai, lo state già leggendo.

lunedì 6 dicembre 2010

Porto(bello)

Carissimi utenti militanti, voi che seguite le vicende internazionali de La Tana nonostante le intemperie e gli agenti atmosferici (che ci sono storicamente nemici), rieccoci ai posti di comando dopo circa una settimana trascorsa perlopiù a riprenderci dal fuso orario portoghese (ben un'ora). Come promesso, eccovi servite le peripezie della Tana sull'Atlantico: l'odore del baccalà sul giubbotto ne è una testimonianza inconfutabile. E se non credete ai vostri occhi e neppure alle vostre orecchie, ebbene, crederete ai vostri nasi. La Tana dunque in escursione in terra portoghese, attraverso tappa londinese accompagnata dal più classico dei pranzi al sacco e da dormita su svariate panchine (tenetelo presente: non saranno le ultime). Per la cronaca: Limoges abbandonata con temperatura ben inferiore allo zero e paesaggio circostante monocromatico tendente al bianco ottenuto col dixan. Com'è ovvio, si pensa che Porto offrirà un netto miglioramento: magari ci sarà vento, ma non ci sarà mica lo stesso freddo, no? Com'è altrettanto ovvio, l'arrivo in nottata mostra subito il trend del weekend: un freddo da cagarsi. Porto è illuminata a giorno ma nonostante sia un venerdi' sera non è che ci sia tutta 'sta gente in giro. Il termometro intorno ai 6° e l'umidità a palla fanno capire immediatamente il perché, pero' si è troppo stanchi per saperne di più. L'indomani si divora una quantità improponibile di cibo a colazione e si parte gambe in spalla, muniti del manuale delle giovani marmotte, rigorosamente in francese. Innanzitutto una precisazione: Porto è a picco sul fottuto fiume Douro. Il che significa che per arrivare dall'albergo al quartiere della Ribeira, cioè il centro storico, si scende di molto. E significa anche che per rientrare in camera si prende la funicolare. Tuttavia la Ribeira è un posto meraviglioso, con quella malinconia tutta portugal e quel connubio a prima vista sconcertante fra barocco, colori, profumi, chiese ogni due metri, miseria e decadenza. Inoltre il Douro, che sfocia 4 km più ad ovest, spacca di brutto ed è enorme. Il primo tentativo di seguire i consigli delle giovani marmotte si rivela infausto: mezz'ora alla caccia di un ristorante rinomatissimo (per i francesi, perlomeno) che si scopre non esistere più. Si ripiega su autentico zilleri locale, che offre per cifra ridicola baccalà e birroni. Il proprietario ha il baffone e la moglie cucina: nulla da eccepire. Accanto due francesi, incuranti del piatto del giorno (indovinate quale), che ordinano due hamburgers. Partono gli insulti in sassarese. Al momento del conto il proprietario viene a conoscenza della nazionalità tricolore del vostro affezionatissimo e chiosa, allisciandosi il baffo: "qua... niente maccherone". Tempo di spremuta d'arancia (che qua è un'istituzione) e dolci molto buoni ed esplorazione che prosegue anche nel pomeriggio, per terminare con un lavamano di polpi al riso e una scudisciata di baccalà (ah no?), differente dal pranzo e ugualmente di livello. Stavolta promosse le giovani marmotte. La domenica è il momento di completare il tour nel resto della città (il cui centro è di dimensioni ridotte), di assaggiare un'orata arrosto da sballo, di bere tanto Porto e di dare un'occhiata anche ai dintorni. Percio' obbligatorio passaggio sul ponte più importante, che offre una vista spettacolare e - soprattutto - gita in battello (battello in realtà è un parolone) lungo il Douro, mentre degli altoparlanti diffondono L'italiano di Toto Cutugno, rimodellata in portoghese. Infine l'Oceano. Ci si arriva col tram (non il bus, il tram vero, anche se sembra roba da museo: sferragliante, con l'autista che si porta appresso la famiglia e una cordicella per richiedere la fermata) in pochi minuti, il tempo di capire che la passaggiata è piena di gente. La vista è magnifica ed inquietante, anche se sembra di trovarsi a Porto Torres, complice forse lo scorcio del porto commerciale che si intravede a nord. Memorabile scena di due portoghesi, conciati come mondezzini (caratteristica, ahimé, locale) che abbordano due tizie probabilmente russe, che schifo non fanno, e che mostrano di gradire assai le attenzioni tutte latine. La cornice degli eventi è un freddo ancora più intenso dei giorni precedenti, ed è accompagnato dalla sconvolgente abitudine di non usare il riscaldamento nei locali pubblici. Come se non bastasse, le porte sono sempre aperte, per fare entrare e uscire a piacimento i simpatici avventori. Giova dire che i portoghesi sono vestiti (male) come se fossero in primavera inoltrata, ma dalla loro c'è una gentilezza sincera ed una sorprendente attitudine a parlare francese (dopo i tentativi di dire tre parole in portoghese che solitamente sono "parla inglese?", "parla francese?" o perfino "parla italiano?", lette direttamente dal dizionario tascabile e pronunciate in maniera orripilante). Purtroppo, la notte incombe, e con esso un bel soggiorno in aeroporto (l'aereo è strategicamente previsto per le 6 ora locale). Ancora un fantastico zilleri - i piatti arrivano dal piano di sopra, le birre belle fresche e tutti hanno più meno i baffi e guardano il campionato di calcio alla tv - e via. Ora, l'aeroporto di Porto è nuovissimo, bellissimo ed uno dei più moderni d'Europa. La drammatica lacuna è che - come oramai potete immaginare - non è riscaldato. Ne consegue notte di inferno trascorsa a bestemmiare in sassarese contro baccalà, Cristiano Ronaldo e omino delle pulizie, colui che ogni dieci secondi si presenta alla guida di un mega scooter con le spazzole con l'intento rendere il pavimento che hai sotto il culo alle 4 del mattino splendente come se fosse giorno. Le panchine, poi, non sono comode come quelle del venerdi' e la fila che si crea in un nanosecondo per i controlli, mentre provi a combattere il mal di testa galattico con un thé, rendono l'umore, per cosi' dire, mutevole. Per fortuna che l'addetto ai controlli, mentre ti levi la cintura dai pantaloni, ed avresti bisogno di altre tre paia di mani per tenere tutto sotto controllo, vede la carta d'identità ed esclama, felice: "Italiano!" "Eh si'" "Di dove? Milano? Roma?" "No, Sardegna." "Ah, Sardegna! Bella, l'Italia!". Si vede dalla faccia che quello non sa neppure dov'è, la Sardegna. Eppure basta, per sentirsi meglio. E per ritenere - per la prima e forse unica volta - comodi i sedili di un volo ryanair.

giovedì 21 gennaio 2010

Road Trip - Parte Sesta (The End)


[riassunto delle puntate precedenti]
Come da copione, il transito dalla Francia al Belgio è appannaggio di JF, mentre lì accanto Logan dorme il sonno dei giusti. Nel giro di poco tempo si giunge alla fantomatica Bruges, che ovviamente accoglie i nostri eroi con un bell’acquazzone degno di una delle grandi classiche ciclistiche tipiche della zona. Signor parcheggio nel centro stile Fratelli Grimm e via alla conquista dell’universo. Oltre ad acqua, aria, terra e fuoco altri due elementi sono fondamentali nella strepitosa cittadina fiamminga: la birra e il cioccolato. La tappa al Café des Artistes serve per decretare la superiorità del Mokador in fatto di cioccolate (in Belgio in pratica è una bevanda), mentre finalmente la smette di scenderne il cielo. La tappa all’ostello Bauhaus – che avrebbe dovuto ospitare Logan e JF la notte precedente, se non avessero deciso di tergiversare a Mont Saint Michel – rappresenta invece il gradito appuntamento con i birroni belgi, dato che al piano terra c’è il pub. E che pub. I due fanno un estremo tentativo per trovare un tetto per la notte, ma durante l’estenuante ricerca – voilà – altro diluvio. Si finisce per dormire in auto in una località alle porte di Bruges chiamata Oostkamp (imperdibile eh), con Logan zuppo d’acqua che lascia le scarpe tutta la notte sotto l’auto. L’indomani il bagnino più famoso d’Europa pensa bene di acquistare un cazzo di impermeabilino giallo (ce lo hanno tutti eccetto i cavalli) e manco a dirlo non farà neppure una goccia di pioggia. Favolosa sosta wireless in uno splendido bar dove – incredibilmente – fanno un caffé fantastico (JF lo comunica anche al proprietario, inorgoglito) e dove c’è un cesso che sfiora il concetto di bellezza in senso assoluto. Poco dopo c’è la possibilità di un tour al museo della birra (cazzu no!) e di farsi il giro di Bruges in battello lungo i canali: esistono cose peggiori nella vita. Tuttavia, l’Olanda è lì che attende, in particolare Delft. Pranzo luculliano a base di pane e formaggio sul cofano della vettura di fianco ad una specie di zoo/base militare (inutile aggiungere altro: ci sono pure i cerbiatti sul ciglio della strada) e via come il vento.
Previsto scambio di guidatori un minuto prima del confine con i Paesi Bassi. JF dà un’occhiata alla fedelissima Pompina e benvenuti fra i tulipani. Non c’è però il tempo di fare proprio un cazzo di niente: dopo qualche chilometro di russate di Logan accade l’imponderabile. Tamponamento a catena in corsia di sorpasso mentre Logan conta le pecore, botte allucinanti a vetture, cose e persone e spia rossa di emergenza. Il Road Trip è ad un bivio. La vettura è morta (mentre Pompina vive e lotta ancora con noi). Momenti di caos e di buchi del culo leggermente stretti. Nel giro di dieci minuti dieci arrivano ambulanze, sbirri & co. La professionalità non è in discussione. Nel giro di altri dieci minuti la strada è sgombra e il traffico riprende regolarmente. JF e Logan vengono allora trasportati presso l’equivalente di Caniga insieme al rottame dell’auto, dove gli indigeni sorridono cortesemente ma parlano solo fiammingo. Panico più totale. Per fortuna c’è M., amico di vecchia data di un indomito Logan, che giunge su un tappeto volante direttamente da Rotterdam e conduce i due supereroi nella sua magione (mica male) in mezzo ai mulini a vento della modernissima città olandese. Il kebab notturno non elimina il buco nello stogamo, ma la presenza di M. è perlomeno rassicurante.
Rotterdam è piuttosto bella però, dato che non si è vista Delft e che si è deciso di proseguire a oltranza nonostante gesùbambino incazzato come una biscia, il pomeriggio seguente il treno porta JF e Logan in quel di Amsterdam, già in origine tappa nell’estremo nord del Road Trip. È evidente come andrà a finire: coca cola e cannucce (e non solo) in uno dei milioni di coffee shop. Dopo l’iniziale scetticismo i due ciondoleranno come pere lungo le magnifiche vie della città, ululando come coyotes di fronte ai tizi che puliscono la strada o alla polizia olandese che giunge in bici (!) anche se non c’è motivo di intervenire perché nessuno rompe i coglioni a nessuno. Logan non è neppure in grado di mangiare al ristorante greco (ah, il tavolo accanto è occupato da due coppie di sessantenni sardi), il che la dice lunga. Ogni due minuti bisogna ricordarsi la strada per la stazione, altrimenti c’è il rischio di non sapere più neanche il proprio nome. In nottata si torna a Rotterdam, incolumi. Logan (ben coadiuvato da qualcun altro che anticipa il dinero) riesce ad organizzare il viaggio di rientro in Italy, ma a prezzo di decine di inquietanti telefonate con assicurazioni, cazzi e mazzi. Tempo di salutare il gentilissimo M., tempo di Germania, tempo di Dusseldorf.
Nella città lungo il Reno ci si incontra con A., S. e J.. Quest’ultimo conduce l’allegra brigata attraverso litri di birra e chili di carne e di patate. Logan piano piano riprende colore, la gente per strada fa il resto (sarebbe ferragosto). Dusseldorf nell’Alt Stadt (cioè pub+pub+pub+n pub) è come la Sagra della Pecora ma con migliaia di persone, di cui molte potrebbero essere i tuoi nonni, ormai a una mina e con il bicchiere (pieno) in mano impegnati a cantare roba assolutamente impronunciabile. La cosa che lascia di stucco è che nonostante tutto l’alcool deambulante, non c’è il minimo accenno di rissa – aspetto da non sottovalutare alla Sagra della Pecora, probabilmente. Superba ascesa sulla torre sopra il fiume e piacevolissimo assaggio della città. Meno piacevole l’assaggio dell’apfelschorle (una bibita a base di mela che non soddisfa i due reduci dalla disavventura olandese). L’indomani al manzano, prima di partire per Trier, c’è una colazione leggendaria in pasticceria di lusso (grazie a J.), dove campeggiano le foto di clienti celebri (tipo Gorbaciov o il Papa) e dove tutti possono sbranare fette di torta cinque stelle con cappuccino tutt’altro che malaccio.
A Trier fa un caldo boia fino a sera.
JF e Logan danno uno sguardo rapido al centro, poi optano per un mondiale a PES nella loro bella pseudo-mansarda dell’ostello. Purtroppo a gesùbambino non è ancora passata e la magica Argentina perde in finale, in mezzo alle bestemmie più elaborate. A cena ancora J. fa gli onori di casa e introduce la comitiva ai gaudenti misteri di un luogo ameno, dove si mangia in modo paradisiaco e soprattutto si mangia come maiali. Per la cronaca: il tutto non viene accompagnato da acqua. E neppure da vino. Ma la malinconia ormai la fa da padrone: è l’ultima serata di Road Trip. Porca la miseria, porco tutto il resto.
Bisogna – la mattina dopo, of course – arrivare a Frankfurt-Hahn, ovvero l’aeroporto. Sembra la fine di un’odissea. Manco per sogno. Si è sopra di almeno 20 kg di bagaglio. Logan getta di tutto nei cestini dell’aeroporto, poi indossa (con oltre 30°) dodici camicie e ventiquattro magliette. È fatta. Anzi, no. C’è la chiterra. I crucchi sono crucchi e la chiterra non si imbarca. ‘azz, pensano i due. Anche perché non si può nemmeno abbandonare lì. Tutti i passeggeri sono già pusaddi, con Logan e JF a discutere in inglese con i tizi dei controlli e con la paura fottuta che ormai sia solo l’inizio delle Piaghe d’Egitto. Il miracolo avviene, alla fine. JF insiste nel mangiare il cervello alla tipa che nega il passaggio a uomini e strumento e impietosisce un altro controllore lì accanto, uno pieno di tatuaggi e con l’occhietto sveglio. È chiaramente lui il cavallo vincente. JF lo sa e batte il ferro finché è caldo, raccontando dell’incidente e inventando anche qualche balla per rendere il tutto più efficace. “La prossima volta niente chitarra, però”, dice la tizia impassibile. “Fottiti, stronza” dicono Logan e JF mentre corrono a perdifiato verso la scaletta. Il motore è accesso. Si torna a casa.
La Tana del Grillo, Logan Fowler e JF Sebastian ringraziano tutti i lettori per aver partecipato emotivamente (e non solo) al Road Trip. Aggiungiamo inoltre che nessun animale è stato maltrattato durante la stesura di questi post.

mercoledì 18 novembre 2009

Road Trip - Parte Quinta

[riassunto delle puntate precedenti]
Altrochè se si arriva al Mont Saint Michel. Certo, la strada è lunga e impervia. Bisogna attraversare una miriade di deliziosi paesetti della Normandia, dove si sta coi nasi all’insù ad osservare campanili. Poi bisogna fare una doverosa pausa-pranzo (luculliano) letteralmente in mezzo alle enormi mucche vichinghe. Infine, arrivando dall’alto, lo si vede, che emerge dalle acque: peccato che ci vogliano ancora più di venti chilometri. La salivazione, tuttavia, aumenta, le urla di giubilo anche. Trattenendo il respiro Logan e JF parcheggiano fra i camper con il dubbio di ritrovare l’auto travolta dai flutti e si inoltrano in avanscoperta, circondati da migliaia di turisti – fra i quali ce ne sono molti dall’immancabile ed altrettanto inconfondibile basso timbro italico. Pur essendo il tutto vagamente sensazionale, l’umanità deambulante con i portafogli in mano e le macchine fotografiche a tracolla diviene presto insopportabile. Con i cabasisi al contrario i nostri eroi si interrogano sulla situèscion e decidono di levarsi le scarpe in segno di rispetto per un breve tour a piedi scalzi nella baia, dato che – a quanto sostiene l’immancabile tizia italiana all’ingresso informazioni, probabilmente lumbàrd – la marea non si alzerà prima della tarda serata. Sembra perfetto. Il breve tour a piedi durerà ovviamente l’intero après-midi, poiché è qualcosa di assolutamente indescrivibile, mentre l’abbazia si allontana sempre di più, circondata dalle acque, dalla gente che va a cavallo, da un’isoletta di fronte, dal silenzio, dagli uccelli. Il momento catartico è interrotto dal passaggio della guida turistica (un giovane français che cerca di parlarci in inglese, usa un bastone ed ha in testa un cappello da Uomo-Del-Monte) che conduce un gruppo di disgraziati a spasso per la baia. Il tale avverte (con annessa traduzione in italiano dell’immancabile ragazza italiana in vacanza) che forse è il caso di tornare indietro perché sta per salire la marea e poi sono cazzi vostri. “Mì chi semmu di Sassari” è l’esauriente risposta. Quello, non avendo capito una mazza, annuisce. Oltretutto, c’è ancora gente che si è spinta molto più oltre, fino ai pressi dell’isola, dunque perché venire a scassare la minchia? Come da copione, non molto tempo dopo lo scarno dialogo e le susseguenti risate, la marea sale improvvisamente fino alle cosce. I due inviati de La Tana capiscono che è meglio lasciar perdere l’orgoglio e si mettono in salvo a stento, urlanti e bestemmianti, i borselli e le scarpe sulla testa, mentre la corrente sta per trascinarli via, forse fino all’Inghilterra. Ci sono addirittura le sabbie mobili, roba da matti. Alle loro spalle, qualcuno è rimasto indietro e chiede aiuto. Inutile dire che si tratta di italiani.
Le pratiche di asciugamento vengono effettuate sulle rocce antistanti il retro della rocca, muniti di sigaro. S’è fatta una certa ora, e la fame apre la pittorra con prepotenza. Si torna su. Stavolta i turisti sono notevolmente diminuiti, l’atmosfera è vivibile e cordiale. La cena si sviluppa attorno al magico trittico crêpes-leffe-ostriche, si paga con lo stogamo pieno e si va a visitare tutto quel che che c’è – e non è certo poco. La serata in abbazia è indimenticabile: ogni sala è illuminata a dovere, il luogo è clamoroso e ci sono pure i musicisti che suonano. JF e Logan, storditi da cotanta bellezza, si sparano ogni singolo anfratto fino a quello più in alto (dove c’è una tizia meravigliosa che suona meravigliosamente l’arpa) quando ormai fuori è già buio e dunque l’ostello di Bruges, prenotato per la sera stessa, in culo. Chi se ne strafotte, pensano i due, perché la vista sulla baia (con la marea che ha riempito tutto il riempibile), il gioco di luci e la musica fanno male al cuore. Estasiati, i due supereroi ne approfittano per rimettersi in marcia, solo dopo aver adeguatamente ringraziato gesùbambino. JF lo ringrazierà anche qualche minuto più tardi, in auto e con la portiera destra spalancata, mentre restituisce le leffe, le ostriche e anche l’insalata del pranzo a madre natura. Logan torna così solitario al volante, con accanto un JF agonizzante. Alcune ore dopo si giunge nientepopodimeno che a Rouen, dove c’è una delle cattedrali gotiche più famose d’Europa e – last but not least – la Senna, perdio. In punta di manzano chizzo (4 am, signori) JF riprende i sensi grazie al pain au chocolat d’ordinanza e alla bellezza della città, totalmente deserta se si esclude un poveraccio che dorme lì accanto sotto dei cartoni. È troppo per JF, che stramazza nuovamente nell’auto. Logan prosegue attraverso luoghi affascinanti e oscuri, eh sì, perché la nebbia non fa vedere nulla a distanza di venti metri. Si è veramente in culo ai lupi. Superate Bassa e Alta Normandia, ormai la nuova regione che ospita la Via Carmelo da viaggio è la Piccardia. Consapevoli delle congiunture geografiche, si va a dormire nel parcheggio di un pseudo autogrill. Come per magia l’indomani ci si sveglia mentre a mezzo metro dai finestrini famiglie con figli piccoli scorrazzano amabilmente. “Abbiamo parcheggiato dalla parte sbagliata” dice Logan. È verissimo, ma JF è ancora intontito e ci vorrebbe proprio un bel caffé, adesso. Purtroppo, quello resta un miraggio, ma c’è una scritta: doccia a gettone. Nel giro di qualche secondo i due escono e rientrano facendosi largo fra gente impegnata con caffé, giornale e croissant: loro invece hanno le ciabatte di gomma ai piedi, l’asciugamano in spalla e lo shampoo in mano. L’esperienza è quasi mistica. Logan, per festeggiare l’ennesimo successo alla faccia delle avversità del Road Trip, ringrazia da par suo gesùbambino di fronte allo specchio del bagno. A pranzo la tappa prestabilita è Calais, poi si potrà sconfinare allegramente in Belgio. Calais (nella regione Nord-Pas de Calais) è luogo di navi e di gabbiani, e pure di un take-away cinese dai prezzi scoppiettanti che tanto farà godere il duo delle meraviglie. Tanto per gradire, JF – reduce dai disastri intestinali della sera precedente – si fa fuori un paio di birre giapponesi. Un pensiero malizioso attraversa la mente di Logan e JF, già a dir poco eccitati: e un salto a Dover, a verificare la condizione birretta della perfida Albione? La cosa alletta e non poco. La tizia cinese fornisce gentilmente tutte le informazioni del caso (più una mappa della città), mentre Logan è alla seconda manche di qualsiasi tipo di pietanza. Tuttavia, si perderebbe il resto della giornata tra l’andare ed il tornare e si ha ormai voglia di visitare la fottuta Bruges. Il tempo di sfruttare a scrocco il wireless di un bar e via col destriero e con Pompina verso il confine. Sopravviveranno i nostri eroi all’impatto con la civiltà fiamminga? [scopritelo nella prossima puntata]

giovedì 29 ottobre 2009

Road Trip - Parte Quarta

[riassunto delle puntate precedenti]
Appena messo piede a Carcassonne, non ci vuol molto a capire che esistono due realtà ben distinte: una moderna e abbastanza anonima nella parte bassa, l’altra (la Cité) su una rocca racchiusa da fortificazioni medioevali, con gente che ci entra dentro in Lamborghini. Una pacchia per i giapponesi e la loro esuberante tecnologia. Non ci vuol molto nemmeno a capire che si dormirà in macchina, signori. JF e Logan – dopo aver a lungo girovagato a caccia di un letto – cercano parcheggio a gratis nelle vicinanze della Cité e convengono che accanto ad un enorme vigneto sia cosa buona e giusta. Per confermare la loro prima impressione e marcare il territorio pisciano nel vigneto. Poi, come nelle migliori tradizioni del galateo, si passa direttamente alla cena, che ha luogo sopra il cofano e che – come molte altre volte nel corso del Road Trip – sarà pane e formaggio oppure solo pane. In quel mentre giunge minacciosa un’auto nera e una tizia dall’aria alquanto incazzosa abbassa il finestrino e (pur essendosi persa di poco la dissacratoria pisciata) abbaia contro i nostri eroi in inglese (!) anche se è chiaramente francese. Dice che lei abita lì vicino (embé?) e non vuole che le si rompano i cabasisi con tutte ‘ste macchine fra i piedi. JF e Logan mormorano qualcosa (non in inglese) e cominciano a pensare che liberté égalité fraternité un par di balle. Meno male che la Cité è clamorosa, almeno quanto due bicchieri di rosso che riportano sempre tutto in the mood e una gelataia semplicemente da urlo. Logan promette ad un turbato JF che l’indomani saranno proprio lì. Così sarà, infatti, ma soltanto dopo aver inaugurato la voiture by night in mezzo ai camper (con JF che utilizza Pompina per svegliarsi senza sole in faccia) e aver profanato – muniti di zainetto – un paio di cessi dei simpatici baristi di Carcassonne. Belli freschi si punta dritti verso la gelateria e ovviamente c’è un tizio pieno di orecchini e coi baffi a manubrio al posto dello splendore della notte prima. Un altro giretto, un paio di sospiri ed è ora di scoprire la tanto decantata (da JF) Tolosa, località alla quale Logan si riferirà per tutta la durata del viaggio chiamandola “Tolone”. Attraversati territori assolati e fantastici, con girasoli da una parte e vigneti dall’altra, i due inviati de La Tana entrano trionfanti nella regione dei Midi-Pyrénées, affamati come coguari sulle sponde della Garonna. Che è un fiume coi controcosi, se non lo avete mai visto. Tolosa, come previsto, conquista subito. Il centro storico è spettacolare ed è quasi tutto rosa, il ristorante indiano dove Logan sbrana due polli vivi è leggermente meno rosa ma l’efficacia più o meno è la stessa. Per riprendersi dal primo pasto degno di questo nome consumato dopo secoli di buchi nella cintola è inevitabile un simil-caffè e una sana dormita sul prato antistante la meravigliosa cattedrale, in mezzo ai passanti. Rinvigorito, Logan straccia a morsi una multa per divieto di sosta, poi viene impostata una pantagruelica cena a base di pane e formaggio, interrotta da una risata isterica che durerà all’incirca mezz’ora. Si è già stabilito di anticipare la partenza alla notte stessa, alla volta dell’Oceano Atlantico perché – e che cazzo, signori – ti fai il Road Trip e non ti bagni il culo nell’Oceano? Eh no. Prima però, essendo un sabato sera ed avendo voglia di birretta, c’è tempo per indagare i misteri del calcio transalpino in un pub irlandese che trasmette la prima giornata del campionato. JF sa che il Tolosa indossa la maglia viola ed è subito amore, in attesa di festeggiare un goal con decine di supporters ridotti a una mina sul bancone. Invece una mazza. Il Tolosa è affettato fuori casa da non si sa bene chi, mentre i presenti tifano sottovoce e con irritante educazione per l’Olympique Marsiglia. Al novantesimo, Logan riprende la macchina parcheggiata come da copione a qualche metro di distanza: un salto a visitare un’altra bella chiesetta illuminata a giorno e vai verso l’Oceano. Nel giro di un’oretta comincia a scenderne l’aria. Ci si ferma a dormire nei pressi di una stazione di servizio senza avere la minima idea di dove ci si trovi, mentre infuria un temporale pazzesco. La temperatura è poco sopra i 10° e il sonno è allietato dalle gocce grandi come noccioline sul tettuccio. L’indomani è ancora pioggia a catinelle. un rapido summit fra JF e Logan decreta ufficialmente che il bagno nell’Atlantico non s’ha da fare. Poche storie, dritti a Poitiers dove JF ha elemosinato un appartamento (tutto per loro) dall’amica F., in quei giorni a Berlino. Con il cuore colmo della speranza di poter dormire su un letto e di poter mangiare un piatto di pasta ci si fa tutta una tirata senza scalo a Bordeaux, dove si intravede una Garonna (o Gironda, se preferite) ancor più simpatica. A Poitiers si arriva all’ora di pranzo, previo avviso via sms a G., sconosciuta indigena amica di F., in possesso delle agognate chiavi di casa, che farà ricredere i nostri eroi a proposito della notoria antipatia dei cugini d’oltralpe. JF e Logan staccano finalmente la spina, si fanno la doccia, un aglio&olio e non mettono piede fuori di casa per un giorno e mezzo. G. (che parla italiano) viene invitata a cena la sera stessa, nella quale vengono disinnescate varie bottiglie di rosso e la serata scorre piacevolmente, nonostante la stanchezza che incombe. Andazzo simile pure l’indomani, quando si è convinti di lasciare Poitiers in serata per raggiungere il Mont Saint Michel, non proprio dietro l’angolo. In realtà Poitiers è molto bella e merita più di un semplice sguardo fugace. La serata termina con ovvio pit-stop in bar ristorante, dove si riconsegnano le chiavi a G., la quale è lieta di far assaggiare varie prelibatezze ai due vagabondi, accompagnate non esattamente da acqua smeraldina. Logan e JF insistono che a pagare devono essere gli ospiti – cazz – anche perché il conto sarà senza dubbio salato, dopo birre, vini, sciroppi, torte e foie gras. Tuttavia i nostri eroi scelgono il momento buono per giocarsi l’asso nella manica: JF intasca gli scontrini e al momento del pagamento toglie fuori la tessera non paghemmu un cazzu. Risultato: solo l’ultimo giro e il gestore che domanda gentilmente “andava bene?”. “Benissimo” risponde JF. L’uscita dal bar è un tripudio nella più bieca tradizione vacanziera italiota, con JF e Logan che si danno il cinque in salto ed esultano come al goal di Grosso, lungo marciapiedi vuoti ignari del misfatto. Il budget è quello che è, dunque il moralismo viene temporaneamente abbandonato. In ogni caso niente Mont Saint Michel ormai: è tardi e c’è troppo alcool in corpo. Le chiavi tornano ai due, che l’indomani si ricongedano da G., dopo abbondante colazione française. Via verso la Manica e boh. Mai dire gatto se non ce l’hai nel sacco, però: il carburante è finito. Per fortuna mancano pochi metri al distributore, perciò scendi JF, spingi. Le braccia erculee del fondatore de La Tana conducono l’auto in salvo, ma serve la tessera – quella vera stavolta. Due o tre tizi rifiutano di prestarla dietro compenso, il che favorisce un’opinione nuovamente non troppo positiva sui francesi. Alla fine una simpatica cicciona si dimostra l’unica persona gentile del lotto (“mica vi lascio qui a piedi” dice a JF, che ripete “merci beaucoup” almeno trenta volte) e si può ovviare all’inconveniente. Si potrà così giungere all’agognato Mont Saint Michel?
[scopritelo nella prossima puntata]