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mercoledì 12 dicembre 2012

La prossima la giochiamo a New Orleans

Quando – circa un paio di mesi fa – sono venuto a sapere che la Dinamo avrebbe giocato in Eurocup a Orléans non ho esitato neppure per un secondo. Orléans dista da qui circa due ore e mezza, un lasso di tempo di fronte al quale anni fa avrei risposto "col cazzo"; invece, sarà perché negli ultimi due anni la Dinamo l'ho vista solo sottoforma di play-to-play, sarà perché mi sono abituato alle lunghe distanze, insomma Orléans mi è parsa immediatamente una tappa obbligata. Ne sono cambiate di cose, in questi due anni, e non soltanto per il vostro umile e affezionatissimo blogger: la Dinamo – che ai miei tempi regalava domeniche pomeriggio sbadiglianti e post-alcooliche in LegaDue contro Scafati, Osimo o Fabriano, con il Palazzetto che mostrava un entusiasmo piuttosto contenuto – è nel frattempo salita nella massima serie. Non solo: ha fatto i playoff. Ah no, è arrivata alle semifinali dei playoff. Anzi, si è addirittura qualificata per l'Eurocup. E adesso tutti a Sassari seguono la Dinamo, e al Palazzetto non ci sta più neanche uno spillo.
A me 'sta cosa – a ripensarci – sembra ancora una specie di scherzo perenne, in atto a mia insaputa da un biennio – eppure è tutto vero. Ne parlavo tempo fa con l'amico Ignorant Shooter, testimone anche lui dei Grappasonni di turno e delle basette allegre di coach Bernardi: esattamente come me, pure lui segue ora queste vicende da lontano, in un clima di comica incredulità. Ci siamo detti che eravamo noi, a portar sfiga, e finora nessuno si è preso la briga di smentirci.
Detto questo, l'emozione di seguire la squadra della tua città quando vivi all'estero non puoi negartela, fanculo le due ore e mezza di macchina. Fanculo anche il lavoro, gli spostamenti, i camion in autostrada, il traffico, il non trovare il palasport nemmeno con googlemaps, le bestemmie contro Giovanna d'Arco, i "cazzo non c'è parcheggio da nessuna parte": le due ore e mezza diventano quasi quattro.
Giungiamo a destinazione in pratica alla palla a due e con lo stogamo brontolante. Per fortuna che, essendo in possesso di accredito stampa non dobbiamo fare la fila, o meglio entriamo da un ingresso secondario dove c'è scritto una roba tipo "stampa" ma anche "vip". Quindi veniamo accolti come i Re Magi e condotti letteralmente sul parquet: al tavolo ci dicono "no, non qua, lassù", ed infatti la tribuna stampa ci attende, con il suo posto riservato. L'accredito al collo suscita la curiosità degli educatissimi spettatori: li sento mormorare "oh, hanno mandato i giornalisti italiani", cosa che mi fa morire dalle risate ma si vede che quelli non prendono mica per il culo, sono lusingati. Allora sfodero una faccia seria e professionale e ripenso a quando, non lontano da Parigi, mi invitano ad una rassegna nella mediateca cittadina e vengo presentato (nonostante il mio curriculum) come "Professore di Letteratura (quale?) all'Università della (!) Sardegna". Parole come macigni (nessuno ha idea di cosa sia in realtà la Sardegna: una città, una nazione, un dipartimento, una corrente filosofica) che producono un "ooooh" di rispettosa approvazione dalle file in fondo.
Anche a Orléans sono molto gentili e si affrettano a darti spiegazioni di ogni tipo perché pensano che tu sia venuto fin li da Sassari per seguire la partita quindi sicuramente sarai un po' stanco: non si rendono nemmeno conto che gli parlo in francese, rispondono in inglese per educazione. Ad ogni modo, la partita è uno spettacolo indegno. A parte che il pubblico (scarso) ha un'età media di settant'anni, con le ovvie conseguenze sul pathos dato all'evento, la Dinamo gioca in maniera ridicola e giustamente perde. Io, che ci devo scrivere un articolo, sono piuttosto distratto: all'inizio non ho internet, poi ce l'ho ma la password è un geroglifico, poi è l'intervallo e mi dedico al sandwich di subway sbrodolando dappertutto, infine rialzo la testa ed è tutto finito. Devo confessare una certa delusione: me l'aspettavo diversa, questa Dinamo in Francia. Forse perché manca il tifo – e dentro di me sognavo di esultare in solitaria zittendo i supporters locali in dialetto turritano – ma soprattutto perché quando perdi di 15 hai ben poco da esultare. La sensazione è che tutto sia troppo anonimo per essere ad oltre 1000 km da Sassari, pero' la colpa probabilmente è tua.
Alla fine mando il pezzo, accetto i pasticcini gentilmente offerti dall'addetto stampa e mi sparo pure le interviste – deliranti per colpa delle traduzioni simultanee. Tuttavia, quando ritroviamo la macchina senza multa mi dico che poteva andare peggio e ritrovo il sorriso. Ipse dixit: a 20 km da Orléans facciamo sosta per mettere benzina ma la macchina non parte più. Manco a spinta (si scoprirà essere colpa del motorino d'avviamento). È quasi mezzanotte, siamo stanchi morti, in culo ai lupi e, come se non bastasse, la Dinamo ha perso. Tutte le peggiori bestemmie da stadio, che non ho potuto utilizzare al palasport, tornano di attualità. Che fare? Meno male che l'assicurazione ci regala un passaggio col carroattrezzi fino al garage, un luogo ideale per un omicidio, poi addirittura il taxi fino a casa. Il bello è che non bisogna sborsare manco un centesimo. Si parte. C'è una nebbia che non si vede veramente un cazzo di nulla ed il tassista è di quelli simpatici che non smettono di parlare un nanosecondo. Giungiamo a Limoges, fra una balla e l'altra, verso le 3 del manzano: il tassametro segna circa 360 euro e mi viene istintivamente da sgranare gli occhi. Un finale del genere, mi dico, rende tutto più epico. Perfino una sconfitta.       

mercoledì 24 ottobre 2012

Chilometro Zero

Con la pubblicazione delle classifiche (cosa che accade due volte l'anno: a giugno ed in ottobre, quando il sito della federazione è talmente intasato da non risultare accessibile) la stagione tennistica torna - diciamo pure prepotentemente - di attualità.
Dopo un'estate di battaglie pomeridiane con 35° o peggio, si riprende a giocare sul duro, al chiuso e a dispensare bestemmie in diretta, che tanto qua nessuno ci capisce niente. Tennis sport da ricchi, direte voi. Mica tanto: con un centinaio d'euro sono un signore per tutto l'anno e quello che pago il più delle volte è solo la classica birretta post-partita (a tale proposito la scoperta della consumazione gratuita durante i match a squadre fra diversi club – che si svolgono di norma la domenica mattina e spesso piove, o c'è nebbia o comunque fa un tempo di merda – è stata accolta la prima volta con un'autentica ovazione, tipo ola). Una specie di free-drink tennistico, insomma, ad esclusione dei vari tornei, il cui prezzo – va detto con rammarico – resta spesso inferiore a due ore di tennis nei soleggiati campi turritani. E le palle (mai più di quattro) sono fornite dal club. Non che qui sia tutto perfetto, ovviamente: basta partecipare a qualche competizione ufficiale per farsene un'idea. Una volta, durante un torneo nelle vicinanze (vicinanze nel senso 10 minuti a piedi da casa) mi hanno piazzato gli incontri rigorosamente alle 15 nonostante temperature adatte soltanto ai rettili. Di ombrelloni manco a parlarne; abbiamo spostato le sedie di plastica a ridosso di una siepe, quel tanto che bastava per ottenere un po' d'ombra e per sentire in sottofondo il rilassante gorgoglio della piscina alle nostre spalle. Il risultato è stato che un giorno, dopo un'oretta circa, ho cominciato a non sentire più le gambe a capire che ero pronto a vomitare. Ho chiesto una sosta per andare in bagno, dove mi sono bagnato la faccia; guardandomi allo specchio mi son detto che una volta uscito avrei comunicato l'abbandono al mio avversario (anche se stavo vincendo nettamente). Pochi secondi dopo il tizio – che fino a cinque minuti prima era impeccabile e non sudava neppure – mi stringe la mano e mi dice "non ce la faccio più, ho voglia di vomitare". Vittoria per ritiro.
In un altro torneo, in un paesino qua vicino, ho esordito nel gironcino all'italiana – cosa normale ai primi turni – in un campo in mateco, all'aperto. Il giorno dopo diluviava e ci hanno spostato all'interno. Il campo? In erba. Il terzo giorno era ritornato il sole ma per misteriose questioni di orari accavallati non c'era più posto.
Ci hanno spediti su un campo in greenset; peccato che fosse in un altro club a quasi 10 km dal luogo previsto originariamente. Preferisco non aggiungere dettagli sulle sedie degli arbitri piene di ragnatele. Ora, sono giusto degli esempi, a prescindere dagli indiscutibili vantaggi pecuniari rispetto al loco natìo. Tuttavia, è stato proprio durante l'estate appena trascorsa che mi è capitato qualcosa di significativo a riguardo. In seguito a ripetuti esborsi di dollari nei più prestigiosi club sassaresi, abbiamo deciso di spendere meno e di testare i cari vecchi campi del Chilometro. Non sapendo come funzionavano le cose – io ci avevo già giocato, però parecchi anni addietro – abbiamo chiesto se bisognasse pagare prima o dopo la partita. Il gentleman che gestisce la baracca (cioè che gestisce soprattutto il bar), senza neppure dire ciao, ci domanda: "lo sapete chi è che vuol essere pagato in anticipo?". Sguardi attoniti, silenzio di tomba. "Le bagasse" è la risposta. È stato in quel preciso istante che ho capito perché a Sassari i campi da tennis costano quel qualcosina in più.

Don't Let Me Be Misunderstood

Inconsueto come post, ma non ho resistito. Corso d'italiano, i miei studenti hanno fra i 18 ed i 21 anni. Sono solo tre. Come d'abitudine, termino le due ore di lezione – che vanno dalle 13h30 alle 15h30, quindi sbadigli assicurati – con qualche gioco, preferibilmente semplice, dato il livello vergognoso dei partecipanti. Stavolta il gioco in questione è una serie di anagrammi relativi alle città italiane. "Ragazzi, ogni parola nasconde il nome di una città italiana, d'accordo?" (le istruzioni le ho fornite in francese, per precauzione). Prima parola: AMOR. Molto difficile. "Ok ragazzi, amor è l'a-n-a-g-r-a-m-m-a di...?" 
Risposta (in coro): VENEZIA.
Vi lascio immaginare com'è andata con Perugia o Catania. 

mercoledì 10 ottobre 2012

Birdwatching

Ora, non è che soltanto perché la frequenza dei post su questo blog sta per avvicinarsi sinistramente a quella della cometa di Halley, devo per forza rendere epiche le prime righe e mettere le mani avanti giustificando le ragioni di tale silenzio. No, non lo devo mica fare. Per cui, bando alle ciance e parliamo invece delle recenti avventure del vostro inviato in Gallia.
La stagione autunno-inverno – da un punto di vista della Tana del Grillo – è cominciata in una maniera che oseremo definire "scoppiettante". Tante belle storie, ma anche tanto poco tempo per ritrovarsi a tu per tu con la tastiera. Per oggi dunque ci limiteremo ad un ambito che, normalmente, è in grado di regalarci un sacco di soddisfazioni: le lezioni di italiano, durante le quali il Vostro ricopre il ruolo di insegnante. Eccoci qua, allora, a riprendere i corsi ed a incontrare gli studenti. È come il primo giorno di scuola: ci si presenta, si parla, si ride, in pratica non si fa un cazzo per un'ora e mezza e soprattutto tu – insegnante – ti rendi conto che gli alunni hanno dimenticato praticamente tutto quel poco che sapevano. Argomenti a scelta, fra i quali non possono mancare le vacanze estive. Qui c'è gente che – beata lei – va spesso in vacanza. E non necessariamente dietro l'angolo. Una signora, un'autentica veterana, racconta a tutti del suo recente viaggio in (!) Cina e Mongolia. Si è fatta in pratica quella che comunemente si chiama la Transmongolica – niente Vladivostok (peraltro uno dei sogni bagnati di chi vi scrive), bensì rotta verso Pechino. E fin qui, nulla di strano. Poi, a resoconto (zoppicante) terminato, un lampo negli occhi della Signora.
Signora: Posso raccontare qualcosa di strano che mi è successo? 
Insegnante: E come no. 
S.: In Cina ho visto una mostra di... come si dice in italiano... di uccello. 
I.: Ah, di uccelli. Ok. 
S.: Sì, era una mostra di uccello
I.: Bene, una mostra di uccelli. 
S.: Sì, l'uccello era in una scatola, poi prendevano in mano l'uccello... 
Altri studenti in coro: L'uccello? 
S.: Sì, toglievano fuori l'uccello.
I.(con goccia di sudore lungo la tempia, doppio inarcamento di sopracciglia e sorriso represso con notevoli difficoltà): D'accordo...
S.: Ai cinesi piace molto l'uccello. 
I.: Eh sì, i cinesi in effetti... 
S.: Fanno cantare l'uccello. 
Altre discussioni, poi pausa. Il Vostro si sente in dovere di precisare alcune sfumature di significato tipiche del linguaggio colloquiale, cosa che fa spesso. Gli studenti – in realtà sono quasi tutte signore – ridono. Una studentessa dice: Ah qui in Francia invece si dice "il piccolo uccello" (petit oiseau, se preferite "l'uccellino"). L'insegnante senza pensarci, risponde: Eh, ma lo sapete come siamo noi italiani! Un nanosecondo dopo, mi rendo conto di quello che ho appena detto. Temo il peggio. Fortunatamente qualcuno in fondo, fuori dal mio campo visivo, interviene dicendo che gli italiani hanno la cultura del macho. Tiro un sospiro di sollievo. Esatto, dico. Passiamo ad un altro studente, ad altri racconti di vacanze in culo ai lupi. Passano non più di dieci minuti. Altra signora, altro giro. S.: Sono stata in Svizzera. 
I.: Ah bello. 
S.: Sì, ho partecipato a una gara di canto dell'uccello.

(NELLE PROSSIME PUNTATE - non si sa quando: il Vostro che fa l'interprete in Dordogna, un delirio; riparte la stagione tennistica, ma non è come al Chilometro; Sassari Vecchia è emigrata in un villaggio del Limousin) 

lunedì 23 luglio 2012

Cavoli A Merenda

Eravate lì col dito puntato, vero? Avevate già pronunciato le orazioni funebri? Stavate festeggiando? Bravi. Anche noi (nel rispetto della par condicio) replichiamo col dito puntato – quello medio, però. In un certo senso non avevate tutti i torti: la Tana nell’ultimo mese ha latitato, vuoi per mancanza di tempo, vuoi perché il rientro nell’Isola è coinciso con l’assenza di una connessione internet, vuoi per i cazzacci miei. Bisogna ammettere che si vive benissimo anche senza internet, ma gestire un blog – perfino un blog ridicolo come quello che avete attualmente sotto gli occhi – diventa un tantino complicato. Ora che abbiamo rimediato possiamo riprendere, come di consueto, a perdere tempo in rete; tuttavia possiamo pure raccontarvi una storiella che è in cantiere da un po’ e che abbiamo sempre rimandato a data da destinarsi. Narra del vostro blogger preferito che ha intrapreso la dorata carriera di insegnante d’italiano in terra straniera. E narra soprattutto delle insidie che tale mestiere propone, in particolar modo quando meno te lo aspetti. 
Il tutto nasce da una lezione come parecchie altre, incentrata su non so più quale regione italiana, mi sa che era l’Abruzzo. Per farla breve, il libro ne illustrava la produzione agricola, cosa che imponeva fin da subito una doverosa parentesi al fine di tradurre i nomi più gettonati: la melanzana, la zucchina, il cavolfiore, eccetera. Ad un certo punto, fra i protagonisti della parentesi compare il cavolo. Eccolo qui, il colpevole: il cavolo. Di sicuro vi chiederete quali pericoli possa celare il cavolo: li cela, li cela. Fidatevi. Probabilmente tutto sta nell’uso differente rispetto al francese dove – eh lo so che è strano, ma che cazzo ci volete fare? – il termine cavolo ("chou") può facilmente divenire un appellativo affettuoso, una specie di "tesoro". Bene, gli studenti a quel punto domandano, praticamente in coro: in italiano funziona allo stesso modo? Eh, manco per sogno. Ve lo immaginate? È necessario precisare che in italiano sarebbe alquanto ridicolo e che, anzi, cavolo è un’esclamazione dal sapore assai diverso. Ergo, spieghi loro che non è poi volgare, ma che da un punto di vista semantico il cavolo può essere sostituito da un’altra parolina magica, dalla connotazione anatomica (per la cronaca: in francese punteggiare la frase con il sesso maschile non ha alcun senso, dato che tale ruolo è svolto dal mestiere più antico del modo). Chiusa parentesi? Si torna alle carote ed ai confetti di Sulmona? State freschi.
Domande a raffica. Come si dice questo? E quest’altro? E quest’altro ancora? Divento un autentico bersaglio mobile, sebbene sia divertito dall’aver sprigionato una simile curiosità. Rispondo, da principio un po’ timidamente – forse a causa del divario generazionale. Poi capisco che il pubblico freme, sempre più impaziente: vuol sapere esattamente come si dice coglione e come si pronuncia, e c’è perfino chi – ex prof di spagnolo, almeno credo – si addentra nella comparazione con l’idioma iberico. Una babele di peni, vagine, testicoli, prostitute e chi più ne ha più ne metta. Insomma, la frittata è fatta.
Immaginate perciò l’imbarazzo del vostro umile e affezionatissimo insegnante: rigorosamente in piedi, spalle alla lavagna e in mano pennarello e cimosa (non è proprio una cimosa, ma vabbè, rende l’idea), costretto – causa pronunce esilaranti – a scrivere le parole una per una, con tanto di accento sottolineato. Ed è in quell’istante che accade qualcosa di assolutamente imprevisto: mentre scrivi bello in grande TESTA DI CAZZO (con tanto di accento sulla a di cazzo) provi una sensazione strana. È come se la distanza spazio-temporale risultasse improvvisamente annullata. Malgrado gli oltre mille chilometri che ti separano dalla tua città natale e gli oltre vent’anni trascorsi dall’epoca delle elementari, ti ritrovi a stendere un bel VAFFANCULO (con accento sulla u, mi raccomando), come se la lavagna fosse diventata di colpo – chessò – la porta del cesso della scuola. Te ne accorgi dalla fretta di cancellare le scritte, nonostante ciò, in realtà, non presenti alcun rischio: per gli studenti quelle parole non rappresentano granché (hanno afferrato il significato, ma non la catartica musicalità insita nel pronunciarle), per la bidella addirittura anche meno, dato che non studia italiano. Quello che a loro manca, cioè, è l’infantile fascino del divieto. Di conseguenza, incitato dai sessantenni ululanti di gioia – ad eccezione di una signora timorata di dio che finge di scandalizzarsi – puoi dar sfogo all’incontrollabile pulsione di scrivere qualsiasi cosa ti venga in mente. Sei ritornato ai tuoi dieci anni, sei di nuovo a casa. La parolaccia è uno stargate.
Quando, infine, credi di aver soddisfatto ogni sorta di curiosità – comprese, ehm, spiegazioni anatomiche piuttosto dettagliate che per fortuna non sfociano in traduzioni di pratiche sessuali vere e proprie – sei convinto di attraversare la porta dall’altra parte e che stai tornando al 2012, all’Abruzzo ed al contegno che il tuo ruolo di insegnante ti impone. Eppure, come detto in precedenza, le insidie sono sempre dietro l’angolo: inoltre se c’è un caso in cui esiste il tanto decantato effetto domino, bè eccovelo qua. Un attimo prima di riabbracciare i confetti di Sulmona una studentessa, dalle lontani origini italiane, si fa tutta seria e domanda un chiarimento. Si tratta del significato di un’espressione che “pronunciava sempre mia nonna”. “Di dov’era tua nonna?” “Vicino a Piacenza” Ah ecco – pensi tu, povero ingenuo che non sei altro – l'antica cultura contadina dell’Emilia. “E che cosa diceva tua nonna?”. Questo (perdipiù con accento francese).
A quel punto cala il sipario. E cominciano gli applausi

venerdì 8 giugno 2012

Game, Set, Match

Alcuni mesi fa il sottoscritto, stufo della propria decennale inattività e ansioso di tenersi in forma in vista del più importante evento annuale (l'estiva Zentrum League con la maglia number 29 dei Pizzinni d'Andera) ha preso una decisione irrevocabile: quella di iscriversi presso un locale club tennistico. Competizione vera, insomma. Con tanto di affiliazione automatica alla Federazione Francese (nel senso: paghi la tua quota di iscrizione e ne fai parte), il che è quasi come appartenere alla legione straniera. 
Una volta passati dalle parole ai fatti il tutto, pur divertente, è assai meno epico di quanto si creda. Vero che si entra a far parte della classifica nazionale - miao - e che si fanno i tornei (ovvero punti in palio, perfino soldi per chi riesce ad andare fino in fondo, oppure buoni sconto nei negozi specializzati. Se ve lo state chiedendo: io ancora non ho vinto un cazzo di nulla) ma è anche vero che la maggior parte degli avversari risultano né più né meno dei disgraziati proprio come te - sebbene, incredibile a dirsi, siano in classifica - oppure pensionati (pure loro in classifica, sic!) o semplicemente gente che, come si dice da queste parti, non c'è buona. Ma è in classifica. Poi, quando hai superato tutti questi, ci sono quelli buoni ed ecco che il tuo torneo è già finito.
E comunque. Gli iscritti alla Federazione - disgraziati e non - godono del privilegio di poter acquistare anticipatamente i biglietti relativi alle principali manifestazioni tennistiche nazionali. Eh sì, avete capito già tutto. Del resto, il lato positivo di abitare qui è che, se da un lato sei davvero in culo ai lupi, dall'altro sei sostanzialmente equidistante da altrettanti lupi e da altrettanti culi. Quindi, domenica scorsa, pranzo al sacco (letteralmente) e rotta verso Parigi in auto, chè tanto è domenica e i parcheggi son gratis, no? Il complesso del Roland Garros si trova in pratica a Bois de Boulogne, cioè bisogna attraversare il sedicesimo, abitato - com'è noto - da poveracci. Il parcheggio è effettivamente gratis, però ci vuole un'ora buona per raggiungerlo sgusciando attraverso le Mercedes disseminate dappertutto, bestemmiare contro il traffico e i parigini bastardi, e finalmente poter tirare il freno a mano. A quel punto hai girato talmente tanto che hai la sensazione di aver sconfinato in Belgio.
Quando compri il biglietto lo fai con un certo anticipo (cioè febbraio), perciò fino alla sera prima non saprai a quali match assisterai. Percentuali di inculata piuttosto alte, per intenderci, visto poi il rischio pioggia - con tanto di tempesta tropicale lungo l'autostrada a rendere il rischio ormai una certezza. E invece, a bestemmie già in corso, un cazzo, neanche una goccia. Il programma: due singolari femminili e due maschili. Il primo manco lo vediamo, siamo ancora al parcheggio. Il secondo prevede la n.1 mondiale, la Azarenka, perdere contro la simpatica n.16, per la quale ovviamente facciamo un tifo da stadio. Il terzo prevede Mr. Federer - mica pizza e fichi - contro un ragazzino belga emozionatissimo che pare troppo magro per i suoi vestiti eccessivamente larghi. Last but not least (infatti terminerà l'indomani), nel quarto incontro si sfidano i due fabbri Del Potro e Berdych.
Impressioni? (nb: da qui in poi se del tennis non ve ne frega una mazza, potete cambiare sito). Innanzitutto, sembra tutto molto più piccolo di quanto si possa immaginare, considerando che si tratta pur sempre del secondo campo in ordine gerarchico, non il decimo. Il giorno dopo alla tv giunge puntuale la conferma, perché le stesse tribune del Suzanne Lenglen paiono enormi. Due: l'impatto che la superficie ha sul gioco è qualcosa di totalmente alieno allo schermo televisivo. I colpi sono visibilmente attutiti, si gioca intorno alla palla, si scivola sulla terra. Lo so, lo so, sono cose che sapete già. Come che qua, più della potenza contano più - in teoria: molto in teoria - la rapidità e la resistenza. Poi vedi Del Potro e Berdych che giocano a chi ce l'ha più lungo e dici: e sul cemento indoor, con la palla che schizza, come fai a vederla? Allo stesso tempo, osservi lo zio Roger e capisci perché ha vinto 16 titoli dello Slam, nonostante la sua, di palla, non viaggi minimamente alla velocità dei due bruti citati in precedenza - e c'è di peggio, nel circuito. Il perché? Non ti gioca mai una palla uguale all'altra, usa ogni possibile tipo di taglio, di variazione e di ritmo, copre perfettamente tutto il campo, i suoi servizi sono praticamente illeggibili (questa è stata la cosa più impressionante, soprattutto a velocità ridotte). E dire che non era certo nella sua miglior giornata: troppo vento, tanti errori, poca strategia contro un avversario (piuttosto bravino) che non conosceva, condizione fisica non al top.
A fine giornata, mentre Del Potro e Berdych sono lì che se lo stanno ancora misurando col righello (per la cronaca, evidentemente madre natura è stata più generosa con l'argentino: del resto arrivava con la testa alla parte alta della scritta BNP PARIBAS sui teloni di fondo), te ne vai tutto quanto. Te ne vai contento. Non sai che ti aspettano: un'altra ora per uscire da Parigi, raffiche di bestemmie, un altro uragano in autostrada e, soprattutto, un'improvvisa ondata di insicurezza al pensiero di dover di nuovo impugnare la racchetta per affrontare il pensionato di turno. 

mercoledì 22 dicembre 2010

Giù Le Mani Da Angelino!

Carissimi utenti, cittadini, avventori. La Tana del Grillo ha appreso questa mattina la drammatica notizia dell'ignobile pestaggio di cui è stato vittima Angelino Lai. Per quei pochi che non conoscono Angelino (dove cazzo vivete, su Marte?): trattasi del titolare del Bar Grandi, nonché sponsor ufficiale (mica lo sponsor tarocco) della Tana, dell'Atletico Tana di Grillo, dei Pizzinni e di gantu vinné. Un vero capobranco, insomma. Ebbene, carissimi: avantieri notte, pare verso le due del manzano, Angelino è stato aggredito e rapinato sotto casa. Gli hanno sottratto l'incasso che aveva con sé (mille euro) e lo hanno conciato per le feste. Una vergogna, con la V maiuscola. Non abbiamo ancora letto La Nuova, ma si narra di costole fratturate e lesioni varie. Cazzu, verrebbe da dire, se non fossimo ancora scottati dalla vicenda. Promettiamo, se possibile, succulenti retroscena e notizie di prima mano. Nel frattempo, invitiamo VOI (utenti, cittadini, avventori) ad aderire alla campagna "Giù le mani da Angelino!", indetta da La Tana del Grillo a partire da abà: commentate questo post, votate nel sondaggio che comparirà fra qualche minuto, fate sentire ad Angelino tutta la vostra solidarietà. Perché una cosa del genere non deve più accadere. Perché vogliamo che le nostre strade siano di nuovo sicure. Che i nostri figli possano scorrazzare e rompere i coglioni ai vicini senza preoccuparsi delle conseguenze. Perché Angelino non si tocca. E boh.

Braghette Allegre Never Die

Altro che vacanze. Secondo gli addetti ai lavori - ovvero gli utenti della Tana che hanno partecipato allo spasmodico sondaggio che vedete nei dintorni - il rientro natalizio sarà tutt'altro che riposante per JF Sebastian. Orde di mamme inferocite, test del dna, scartoffie da firmare, dinà che se ne vanno e addio sogni di gloria. E' questo lo scenario che si prospetta, almeno nei prossimi giorni, brutti bastardi. In realtà il rientro in Via Carmelo è stato caratterizzato da ben altra news, che oscura ovviamente questo misero post. Vedere fra pochi minuti più in alto.

Da che cosa è atteso JF Sebastian al suo rientro in Via Carmelo?
  1. Squilli di tromba 1 (4%)
  2. Lancio di pomodori 1 (4%)
  3. Tappeti di rose 0 (0%)
  4. Figli illegittimi 13 (54%)
  5. Sosia 1 (4%)
  6. Arresti domiciliari 5 (20%)
  7. Struzzi 2 (8%)
  8. Spiacevoli sorprese 0 (0%)
  9. Rullo di tamburi 1 (4%)

giovedì 16 dicembre 2010

Sassari, Allaccia Le Cinture!

Voci di corridoio (ma del tipo: in fondo a destra, del corridoio) danno una Via Carmelo nuovamente caput mundi a partire dalla giornata di domani. Si narra di un JF Sebastian in persona - notizia pero' non ancora confermata da fonti ufficiali - in procinto di attraversare mari, monti e baguettes per insediarsi nuovamente sul trono dorato di Via Carmelo number five. Tuttavia, come di consueto, le forze del Male tramerebbero contro La Tana, sottoforma di nevicata coi controcosi (controfiocchi ci pareva brutto) prevista per la nottata. Riuscirà JF a prendere il treno di mezzanotte (si', cazzo, come Cenerentola), issarsi oltre i Pirenei e raggiungere l'aeropuerto in mattinata, fresco come una rosa appena sbocciata? Per saperlo: stay tuned on La Tana del Grillo.

lunedì 6 dicembre 2010

Porto(bello)

Carissimi utenti militanti, voi che seguite le vicende internazionali de La Tana nonostante le intemperie e gli agenti atmosferici (che ci sono storicamente nemici), rieccoci ai posti di comando dopo circa una settimana trascorsa perlopiù a riprenderci dal fuso orario portoghese (ben un'ora). Come promesso, eccovi servite le peripezie della Tana sull'Atlantico: l'odore del baccalà sul giubbotto ne è una testimonianza inconfutabile. E se non credete ai vostri occhi e neppure alle vostre orecchie, ebbene, crederete ai vostri nasi. La Tana dunque in escursione in terra portoghese, attraverso tappa londinese accompagnata dal più classico dei pranzi al sacco e da dormita su svariate panchine (tenetelo presente: non saranno le ultime). Per la cronaca: Limoges abbandonata con temperatura ben inferiore allo zero e paesaggio circostante monocromatico tendente al bianco ottenuto col dixan. Com'è ovvio, si pensa che Porto offrirà un netto miglioramento: magari ci sarà vento, ma non ci sarà mica lo stesso freddo, no? Com'è altrettanto ovvio, l'arrivo in nottata mostra subito il trend del weekend: un freddo da cagarsi. Porto è illuminata a giorno ma nonostante sia un venerdi' sera non è che ci sia tutta 'sta gente in giro. Il termometro intorno ai 6° e l'umidità a palla fanno capire immediatamente il perché, pero' si è troppo stanchi per saperne di più. L'indomani si divora una quantità improponibile di cibo a colazione e si parte gambe in spalla, muniti del manuale delle giovani marmotte, rigorosamente in francese. Innanzitutto una precisazione: Porto è a picco sul fottuto fiume Douro. Il che significa che per arrivare dall'albergo al quartiere della Ribeira, cioè il centro storico, si scende di molto. E significa anche che per rientrare in camera si prende la funicolare. Tuttavia la Ribeira è un posto meraviglioso, con quella malinconia tutta portugal e quel connubio a prima vista sconcertante fra barocco, colori, profumi, chiese ogni due metri, miseria e decadenza. Inoltre il Douro, che sfocia 4 km più ad ovest, spacca di brutto ed è enorme. Il primo tentativo di seguire i consigli delle giovani marmotte si rivela infausto: mezz'ora alla caccia di un ristorante rinomatissimo (per i francesi, perlomeno) che si scopre non esistere più. Si ripiega su autentico zilleri locale, che offre per cifra ridicola baccalà e birroni. Il proprietario ha il baffone e la moglie cucina: nulla da eccepire. Accanto due francesi, incuranti del piatto del giorno (indovinate quale), che ordinano due hamburgers. Partono gli insulti in sassarese. Al momento del conto il proprietario viene a conoscenza della nazionalità tricolore del vostro affezionatissimo e chiosa, allisciandosi il baffo: "qua... niente maccherone". Tempo di spremuta d'arancia (che qua è un'istituzione) e dolci molto buoni ed esplorazione che prosegue anche nel pomeriggio, per terminare con un lavamano di polpi al riso e una scudisciata di baccalà (ah no?), differente dal pranzo e ugualmente di livello. Stavolta promosse le giovani marmotte. La domenica è il momento di completare il tour nel resto della città (il cui centro è di dimensioni ridotte), di assaggiare un'orata arrosto da sballo, di bere tanto Porto e di dare un'occhiata anche ai dintorni. Percio' obbligatorio passaggio sul ponte più importante, che offre una vista spettacolare e - soprattutto - gita in battello (battello in realtà è un parolone) lungo il Douro, mentre degli altoparlanti diffondono L'italiano di Toto Cutugno, rimodellata in portoghese. Infine l'Oceano. Ci si arriva col tram (non il bus, il tram vero, anche se sembra roba da museo: sferragliante, con l'autista che si porta appresso la famiglia e una cordicella per richiedere la fermata) in pochi minuti, il tempo di capire che la passaggiata è piena di gente. La vista è magnifica ed inquietante, anche se sembra di trovarsi a Porto Torres, complice forse lo scorcio del porto commerciale che si intravede a nord. Memorabile scena di due portoghesi, conciati come mondezzini (caratteristica, ahimé, locale) che abbordano due tizie probabilmente russe, che schifo non fanno, e che mostrano di gradire assai le attenzioni tutte latine. La cornice degli eventi è un freddo ancora più intenso dei giorni precedenti, ed è accompagnato dalla sconvolgente abitudine di non usare il riscaldamento nei locali pubblici. Come se non bastasse, le porte sono sempre aperte, per fare entrare e uscire a piacimento i simpatici avventori. Giova dire che i portoghesi sono vestiti (male) come se fossero in primavera inoltrata, ma dalla loro c'è una gentilezza sincera ed una sorprendente attitudine a parlare francese (dopo i tentativi di dire tre parole in portoghese che solitamente sono "parla inglese?", "parla francese?" o perfino "parla italiano?", lette direttamente dal dizionario tascabile e pronunciate in maniera orripilante). Purtroppo, la notte incombe, e con esso un bel soggiorno in aeroporto (l'aereo è strategicamente previsto per le 6 ora locale). Ancora un fantastico zilleri - i piatti arrivano dal piano di sopra, le birre belle fresche e tutti hanno più meno i baffi e guardano il campionato di calcio alla tv - e via. Ora, l'aeroporto di Porto è nuovissimo, bellissimo ed uno dei più moderni d'Europa. La drammatica lacuna è che - come oramai potete immaginare - non è riscaldato. Ne consegue notte di inferno trascorsa a bestemmiare in sassarese contro baccalà, Cristiano Ronaldo e omino delle pulizie, colui che ogni dieci secondi si presenta alla guida di un mega scooter con le spazzole con l'intento rendere il pavimento che hai sotto il culo alle 4 del mattino splendente come se fosse giorno. Le panchine, poi, non sono comode come quelle del venerdi' e la fila che si crea in un nanosecondo per i controlli, mentre provi a combattere il mal di testa galattico con un thé, rendono l'umore, per cosi' dire, mutevole. Per fortuna che l'addetto ai controlli, mentre ti levi la cintura dai pantaloni, ed avresti bisogno di altre tre paia di mani per tenere tutto sotto controllo, vede la carta d'identità ed esclama, felice: "Italiano!" "Eh si'" "Di dove? Milano? Roma?" "No, Sardegna." "Ah, Sardegna! Bella, l'Italia!". Si vede dalla faccia che quello non sa neppure dov'è, la Sardegna. Eppure basta, per sentirsi meglio. E per ritenere - per la prima e forse unica volta - comodi i sedili di un volo ryanair.

giovedì 25 novembre 2010

Andare In Porto (Ma Non Torres)

Eccoci qua, amici ma soprattutto amiche de La Tana. Non abbiamo nemmeno fatto in tempo a dirvi che siamo tornati - peggio: che non ce ne siamo mai andati - che vi pensiamo, insomma che il cliente ha sempre ragione, ebbene non abbiamo nemmeno fatto in tempo che ci assentiamo subito. Oh si. Sarà che era nell'aria da un po' (si tratta di una prima volta), sarà che oggi ne è scesa letteralmente l'aria (chiedete al mio cappotto della nevicata di un paio di ore fa), sarà che gli indigeni ricordano non troppo vagamente la celeberrima cadenza sussinca, sarà che sono pure cazzi nostri. Fatto sta che La Tana, da domani e per una breve manciata di giorni, si trasferisce sulle coste del fottuto Oceano Atlantico, precisamente qua. Tranquilli, vi penseremo. E al nostro ritorno - se mai avverrà - non perdetevi l'ennesimo grande reportage de La Tana del Grillo, tutto a base di stanze d'albergo puzzinose, negri, sbronze, furti subiti e baccalà. Imperdibile, come sempre. Adeus.

domenica 21 novembre 2010

Il Ritorno Della Tana

a cura della redazione de La Tana del Grillo

Credeteci, ci siamo immaginati la scena. Eravate tutti belli in fila, sbarbati, ben vestiti e col dito puntato. Tutti li' a dire che La Tana, ormai, era solo uno sbiadito ricordo. Dite la verità. Che quando il silenzio si protrae per cosi' tanto tempo vuol dire che non si ha più niente da dire. E che quando non si ha più niente da dire è meglio scomparire definitivamente. E' vero o no? E' come se lo vedessimo coi nostri occhi. Badate bene: non vi biasimiamo, soltanto che potete troncarvela in culo. Su una cosa avete ragione: La Tana ultimamente ha latitato. E' diventata itinerante. Ha deciso di cambiare pelle pero' si è ritrovata senza nemmeno la biancheria intima da indossare. E qui, ve lo assicuriamo, fa freddo, e non come ad Osilo. Eppure, nonostante la furia degli elementi si sia abbattuta contro il blog della Via Carmelo che piace ai giovani - ponendola in serio pericolo - noi siamo ancora in piedi. Pronti a lottare per garantire un futuro sia alle nuove generazioni di utenti che a quelle degli affezionati della prima ora. Per fornire a tutti, grandi e piccini, la loro dose di Tana. Resistere, resistere, resistere. Alla faccia di chi ci vuole male. Cazz. E versàte da bere, perdio.


lunedì 23 agosto 2010

La Vita, (L'Amore) E Le Vacche

Domenica pomeriggio. Sassaresi al mare. Lo sappiamo a che cosa state pensando: e invece no. Niente Platamona. Trattasi di Porto Ferro, luogo che può fornire comunque adeguatissimi spunti di riflessione a riguardo. Quando arrivi, sciogliendoti nell'abitacolo della tua utilitaria che ormai possiede mezza spiaggia di Mugoni nei tappetini, pensi che a fora li brasgeri un par di balle: fa un caldo devastante. E non lo senti soltanto tu, bensì decine di simpatici automobilisti che hanno invaso l'impervio e polveroso sentiero, ricoprendolo con i loro mezzi di locomozione e rendendoti perciò la vita un autentico bordello. Come se non bastasse fanno capolino in mezzo alla carrera alcune mucche (ebbene sì) dall'aria sperduta e spaventata, con le loro campanelle tintinnanti al collo e le inquietanti corna ancora al loro posto. Le poverine vorrebbero in teoria attraversare la strada, ma il gregge di vetture posizionate crudelmente sull'altro lato della strada glielo impedisce. C'è pure un vitellino, tenuto in ostaggio da mosche delle dimensioni di mezzo metro quadrato. Tuttavia attendi pazientemente e riesci ad eseguire l'operazione di parcheggio senza ulteriori intoppi. Arrivi dunque in spiaggia, la sabbia scotta parecchio. Ti installi nel primo spiazzo libero, a distanza di sicurezza da un drappello di ragazzetti alle tue spalle. Il look del sestetto è un inno al cliché dell'uomo croccante: tatuaggini discreti, brillantini giganti sul lobo, prevedibile lessico da accademia della crusca, ironia non proprio britannica. Si esprimono perlopiù attraverso mugugni - le ragazze squittiscono, infarcendo il tutto con un "cazz" ogni tre secondi, ma perlomeno stanno zitte la maggior parte del tempo. Tu, all'inizio, ci ridi su e ti fai uno di quei bagni come si toccano, prima di uscire e di accorgerti che c'è qualcosa che non va. I tizi, non si sa come, sono praticamente attaccati al tuo culo, nonostante abbia fatto attenzione, in precedenza, quando hai sistemato l'ombrellone. Eh vabbè. Volente o nolente ti stendi al sole e ti appisoli. Ti ritrovi più tardi con i tizi in grembo, perché sono nel frattempo emersi da una sorta di gazebo che sembra costruito con le buste della sisa e hanno deciso di piazzare asciugamani e spiaggine a ridosso delle tue ciabatte. Cosicché sei capace di ascoltare quel che si dicono, le tre coppiette e i loro due cani (di cui uno, un bastardino bianco, emette un verso stridulo, tipo rapace notturno foca). Intuisci dalle spumeggianti conversazioni che sono lì dal manzano ("cazz ma lumaconi ne sono rimasti?") e che probabilmente i preparativi in cucina sono stati tali da ricercare l'abbondanza ("No, basta cazz, me li mangio a casa i lumaconi che sono rimasti cazz"). Last but not least, ce n'è uno - il maschio alfa - che non fa altro che ripetere "E fai lu piazzeri a signora Ausilia...", il tutto condito da inequivocabile erre moscia. La frequenza di "fai lu piazzeri" etc. aumenta vertiginosamente nel corso del pomeriggio. Dapprima ogni minuto. Poi ogni venti secondi. Infine, non dice più nient'altro che quello. I cani tentano di inserirsi nel dibattito, forse perché hanno fame, o forse perché sentono di avere più cose da dire dei loro padroni. Intanto le coppie - fra un "fai lu piazzeri a signora Ausilia" e l'altro, cercano di autoanalizzarsi. Il tutto nasce dall'osservazione delle altre coppie in spiaggia, sottilineando quanto siano fortunati quelli "che stanno crocerando lì cazz. Beati loro...", anche perché - dice uno ad un altro - "ohi cazz prima voi due eravate sempre attaccati cazz". Le ragazze, raffinatissime anche loro, commentano sarcasticamente "a vi la fai cazz! Mì chi tu eri lu matessi mì!", mentre "fai lu piazzeri" sostiene che "dopo sei anni cazz m'è passadda tutta ganta la passione cazz, non ne ho più gana di stare sempre baciando". Parole come macigni. Per un po' c'è un silenzio sospetto, interrotto solo dai cani, poi si passa al football. Eppure l'attenzione è rivolta più agli ingaggi dei giocatori ("ma Kakà quant'è che gli danno cazz? 'Ess, un bè di dinà! Ce li avessi io cazz"), più che alle loro reali prestazioni in campo. Anzi, l'analisi vira su questioni esistenziali come "Moratti già potrebbe darmene un po' di dinà cazz, cosa cazzo gli costa? Bastardo cazz", che conducono a conclusioni evidenti ("un bé di dinà cazz, così non fai più un cazzo"). La testa ti scoppia, anche perché non solo sono a venti centimetri da te, ma urlano come maiali sgozzati. Quando due di loro vanno a giocare a racchettoni sul bagnasciuga, tutti impostati, nelle loro pose da Federer di periferia, un minimo ti senti sollevato, perché almeno te li levi dai coglioni e non ti devi più sorbire "fai lu piazzeri a signora Ausilia", seppur riempiano di sabbia te e tutte le tue cose là accanto. Li osservi, al tramonto, a pochi metri da te. Uno dei due cani sta in mezzo, saltando da una parte e dall'altra nell'illusione di poter conquistare la pallina. E ripensi alle mucche, forse perché temi di ritrovarle nuovamente vicino alla tua auto. Quindi te ne vai definitivamente, osservando ancora il cane, poi i tizi, poi di nuovo il cane. E speri che il cane se la prenda, quella dannata pallina. Che si ribelli. Che gli prenda il gazebo, gli asciugamani e magari pure i lumaconi. Che si impossessi delle chiavi della macchina. Che li lasci così, possibilmente nudi, a pascolare senza meta lungo tutta la spiaggia. Aggiungendo, come ciliegina sulla torta, delle piccole campane da legare intorno al collo.

lunedì 16 agosto 2010

Per Chi L'ha Visto E Per Chi Non C'Era

Come anticipato dalle pagine di questo blog, La Tana del Grillo ha ufficialmente compiuto il suo debutto in società. Un esordio che, secondo gli addetti ai lavori, ha pienamente rispettato le attese. Per dovere di cronaca, bisogna ammettere che la preparazione atletica in vista della Faradda si è svolta nel migliore dei modi. Infatti la sera prima del grande evento Il Compagno ha dapprima accolto tutti nella sua magione dorata, poi li ha accoppati a colpi di couscous, tortillas e birroni. Per concludere, ha infierito sui cadaveri munendosi di mirti dell'operaio. Coloro che sono sopravvissuti - cioè tutti - si sono riproposti dunque l'indomani pomeriggio per un succoso bis, più che mai agguerriti, proprio di fronte a quel Bar Grandi che è divenuto teatro di innumerevoli scorribande estive. Testimone dell'acceso clima di festa è stata come di consueto Via Carmelo. A partire da mezzogiorno, la via che ha dato i natali alla Tana è stata invasa dai tipici cori che si intonano in simili circostanze, allietando in tal modo chiunque passeggiasse, parcheggiasse o cercasse (è il caso del numero civico 5) di prendere sonno. Tuttavia, come stabilito da tempo, Angelinho doveva essere ed ecco Angelinho. Saltellando fra le carcasse di carlsberg, tutti a cantare - fra le altre canzoni che volutamente omettiamo, pur con la mano destra sul cuore, perché facilmente immaginabili - "chi non salta è cagliaritano" e "i falegnaaami, na na na na na naaa" (più o meno su questo refrain). Dopo aver partecipato attivamente ed essersi rifocillati facendo a botte per varcare la soglia del Bar Grandi, si decide di traslocare verso altri lidi, sempre però in compagnia di alcune ichnusas da 66cl. Come prevedibile, il clima incandescente non è più così incandescente, perciò pare cosa buona e giusta saggiare le capacità culinarie del Senegal. Risultato: doppio pit-stop con pizzetta (cibo tipico africano) come si tocca e tappa fra le mura amiche per necessità fisiologiche. Proseguendo lungo il tragitto si congettura di esplorare le possibilità alcooliche di un noto circolo indipendentista che, come previsto, risponde presente, mentre in lontananza si intuisce l'eco degli applausi per il sindico. Armati stavolta di lattine, ci si avventura a quel punto nella fiumana del Corso, con vari stazionamenti, incontri più o meno casuali e cori come "e Gianni Speeeerti, na na na na na naaa". In virtù del bordello generale e del fatto che sia ormai obbligatorio il binocolo per avvistare i Candelieri, taglio strategico nei meandri della Ziddai, con passaggio - obbligatorio! La 66cl costa 2,50 - al Caffé del Duomo. La discesa verso Corso Vico non può non passare per una ciclofficina impreziosita dal solito mezzobusto in canottiera bianca della porta accanto. Le pause corporali si fanno più fitte e importanti, come ben sa un vicoletto nei paraggi. Ora si canta in allegria "e lu pacioocciuuu na na na na na naaa", senza più pudore. Tutti insieme, felici. Lo stogamo, però, brontola. Ci vuole la doppietta gelato-torrone di Tonara (spaccato in due da ascie affilate) per tornare i ghepardi di una volta. Si fa rapidamente buio: la stanchezza incombe, ma i doveri di buon cittadino vengono prima di tutto. Prima di infiltrarsi nei pressi di Santa Maria, c'è la pazza idea di un mojito defatigante: ovviamente al baretto super chic che c'è all'angolo non hanno più neanche il ghiaccio. Cazz. Ennesima birretta. Emozioni a profusione per l'ingresso dei Candelieri in chiesa, ma a pochi metri c'è il bar del distributore dell'agip, mai come adesso punto di riferimento per l'intera comunità. Il retro poi appare subito una location ideale per svuotare la vescica, il che è confermato dal tentativo effettuato con discrezione nell'oscurità imbattendosi addirittura in un Jiri Hubalek scoppiettante, che tiene banco seduto sul cofano di una macchina. Non è più il momento di fare calcoli, si va avanti per inerzia. Sosta propiziatoria e via tutti dietro alla banda, che ci trascina di peso nella Ziddai illuminata a giorno, attraverso una Porta Utzeri mai così magica e carica di significato. Il tutto mentre non accenna minimamente a scemare "e la birrettaaa na na na na na naaa". Il gran premio della montagna è rappresentato - se mai ci fossero stati dubbi - da Palazzo Ducale. Affamati come coguari, ci si ingegna per ingurgitare nel minor tempo possibile tramezzini e beozia, nell'estremo tentativo di stemperare l'ardore della serata. E' assolutamente inutile. Soltanto qualche ora e qualche litro di cocacola più tardi si intravede all'orizzonte la possibilità di pubblicare quello che diventerà questo post. A zent'anni. Dalla Tana.

giovedì 5 agosto 2010

Il Blog Che Spacca Il Culo A Facebook

Ebbene sì, gente. Come anticipato qualche chiaro di luna fa, La Tana del Grillo è sbarcata sul famoso social network. Il merito va ad un nostro affezionatissimo utente che ha deciso fin da tempi non sospetti di onorare il blog più amato dalle casalinghe di Voghera con una pagina facebook tutta sua. Tutta assaggiata. Alla fine, dopo mesi di sforzi e di richieste non esaudite, il suo sogno si è avverato. Per poterne usufruire cliccate qui. Prendete e godetene tutti.

lunedì 28 giugno 2010

Have No Fear, Il Grillo Is Here

Giusto una riga per dire che siamo ancora vivi - se avevate dei dubbi. E lottiamo siempre con voi. Salute.

venerdì 11 giugno 2010

Tutti Ai Vostri Posti

Partiti. Dopo un discreto silenzio e tanto peregrinare l'estate di Via Carmelo è ufficialmente cominciata. Noi siamo pronti. Rigorosamente in mutande. Amen.

sabato 22 maggio 2010

Ipse Dixit

Qui in Francia è pieno di italiani. Lo so, non è esattamente una novità, eppure l'occhio finisce spesso per cadere su tutti quei bei cognomi con l'accento alla fine, cosa che fa sorridere, perchè sembra quasi che vogliamo prendere per il culo li vranzesi. Li chiamano ritals, da queste parti, quelli di discendenza italiana. E non è un complimento. Del resto, sono dappertutto. Li vedi al telegiornale, sui cartelloni pubblicitari, sui campi di calcio, ovunque. Gl'Italiani. E allora - ci pensavo proprio l'altro giorno - sono tornato indietro con la mente ad un paio di episodi risalenti a poco prima di partire. Prima episodio: me ne sto tornando tutto quanto in Via Carmelo ad un'ora ancora accettabile quando faccio imprevista deviazione al bar. Giusto un bicchiere. Uno. Come prevedibile, ci resto più di 3 ore. E oltre a quel bicchiere si finisce inevitabilmente a vodka, anzi - come direbbe qualcuno - a vodkae. L'euforia è nell'aria, l'aria di tarda primavera pure. Durante le libagioni vengono avvistati personaggi del calibro a) di un tizio abbronzatissimo di sessant'anni, coperto d'oro come un assiro e che visto da dietro (con le orecchie a punta inscurite dalla lampada) è davvero un porcetto. Il tale fa finta di minacciarci nel tentativo di uscire dal bar e - resosi conto che a nessuno gliene fotte nulla e che lo si lascia passare, essendo uno sbiadito incrocio fra Tony Manero e Titino l'Indiano ai caraibi - si inorgoglisce per la sua intatta virilità e si fa grasse risate di scherno; b) di uno dei soliti habitués, intento prima a mangiare il cervello ad un malcapitato (uno che ha perduto il padre, ricordato peraltro dal suo amabile ed elegante interlocutore in maniera schietta, come "uno che ne coddava un bè"), poi a discutere di politica e di affari col piglio del viveur, infine disposto ad ammettere -ohibo'- che lui ha si' spento le 61 candeline ma ancora si becca "i paciocci rosa di 27 anni". Da dietro il bancone vengono versate le vodkae, oltre a recapitarci di continuo piatti di melenzane e patate arrosto, divorate in men che non si dica da bocche allibite. Pochi giorni dopo, c'è addirittura il bis. E' già clima cènsionlig: bicchieri come se fossero zeroquaranta. Alè. Vodkae e pronostici. Ma quest'Inter? A questo punto - ci si dà di gomito da almeno un'ora - rullano i tamburi e l'oracolo parla. E' tutta roba nostra cazz. Siamo noi (gl'Italiani) che abbiamo insegnato il giuoco del pallone agli stranieri. Inglesi, Vranzesi, non importa. Noi siamo quelli che lo abbiamo esportato nel resto del mondo. Il nome Fabio Capello interrompe qualsiasi possibile accenno di dibattito. E giù con le vodkae. Anzi, il discorso vira su territori socio-politici finora ignoti: le squadre italiane devono essere allenate da italiani. Punto e basta. Ormai si parla solo per aforismi. E che cazzo. Vodkae. Poi, la rivelazione, aprite bene le orecchie: siamo noi, gl'ITALIANI (si', ha urlato), che "abbiamo sparso lo sperma in tutto il mondo!" Parole forti, senza dubbio. Serve assolutamente un'altra vodka. Sguardi sbalorditi. Tutti a pensare: cazz, una vodka in meno e non avremmo toccato il fondo. E invece ci sbagliavamo. Lui si' che aveva capito. Che gl'Italiani son dappertutto. Si sono riprodotti. Si sono adattati all'ambiente ostile. Si sono infiltrati nel sistema. Io l'ho capito in ritardo, e solo qui in Francia. Che in effetti un po', la Francia, a dirla tutta, l'abbiamo creata noi. Diciamole le cose. Buone vodkae stasera.

lunedì 8 febbraio 2010

Should I Stay Or Should I Go?

In procinto di sbarcare oltralpe il vostro umile e affezionatissimo fa due più due e ci riflette un po' su. Che fare? direbbe Lenin. Meglio andare sul sicuro. Tornano fra gli applausi le Top Five de La Tana del Grillo, gente. Top Five vol.7. Per vagabondi. Ci si risente con calma. Baci a tutti.

dei 5 motivi che potrebbero costringermi all'esilio:
  1. Avere la consapevolezza che il manzano a colazione si mangia 'sta roba qua. Vabbè, c'è pure la moka, ma questa è un'altra storia;
  2. I terribili francesi che, si sa, sono snob, perfidi e anche particolarmente ostili e che ti stendono a colpi di vinaigrette;
  3. Poter aggiornare senza problemi La Tana del Grillo - nel caso dovessi essere rapito, come spesso accade agli italiani all'estero - direttamente dal villaggio di Asterix;
  4. Il potersi permettere l'uso spassionato della erre moscia evitando allo stesso tempo di sembrare uno che ti vuole prendere per il culo;
  5. Il fatto che gesùbambino continui a tollerare cose del genere.
P.S.: ce ne sarebbe poi un altro, di motivo (che ogni tanto si palesa anche da queste parti e che possiede la famigerata moka) e che speriamo non legga 'sto post.

lunedì 14 dicembre 2009

One Vision

Ho da poco cominciato a vedere 'sta roba qua. Niente male, ve lo assicuro. Soprattutto se vi piacciono Lost et similia. La trama è semplice. In tutto il mondo la gente perde conoscenza per 2 minuti e 17 secondi, durante i quali vede il proprio futuro. Cazz, direte voi. E avete ragione. Cioè, tutti vedono ciò che accadrà un determinato giorno - sempre lo stesso, a parte le differenze dovute ai fusi orari - e devono fronteggiarne le conseguenze. Cazz, ancora. Per quello che mi riguarda la situazione è molto più facile di quanto si creda. Guarda caso, si tratta della data corrispondente al mio compleanno. Ecco perché continuerò a seguire FlashForward. Per capire una volta per tutte che razza di regalo dovrò ricevere.